Tra passato e presente Lo sguardo di Angioni sull’isola che cambia
di GIACOMO MAMELI Se potessero, quelli che lo conoscono meglio dal lato umano e accademico, lo farebbero santo subito. Santo laico, da sistemare nell'atrio di un ateneo o nella piazza di un paese...
di GIACOMO MAMELI
Se potessero, quelli che lo conoscono meglio dal lato umano e accademico, lo farebbero santo subito. Santo laico, da sistemare nell'atrio di un ateneo o nella piazza di un paese ideale che potrebbe chiamarsi Fraus. Perché Giulio Angioni, secondo il suo collega Pietro Clemente, è «sul versante antropologico la continuità della cattedra di Alberto Mario Cirese e, sul versante demologico, di Enrica Delitala». Due nomi-mito, tanto umili nella vita quanto giganti nell'accademia, che avevano dato spessore scientifico all'Università di Cagliari, quella che aveva (e ha) aule e laboratori nel fosso di Sa Duchessa a contatto col cimitero punico monumentale di Tuvixeddu.
Gabriella Da Re ne fa una sintesi giornalistica scrivendo che ad Angioni «non sembra dispiacere il ruolo di padre nobile dell’antropologia sulla Sardegna». Franco Lai cita i big man e le big woman degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso ricordando Giorgio Cardona che parlò per primo di «l'école de Cagliari» che si ispirava a Ernesto De Martino e a Clara Gallini. I quali, studiando il mondo, avevano costruito in Sardegna un laboratorio di analisi sociale di tutto rilievo.
Con Angioni (dopo l'addio alla cattedra e alla stanza 48, gli viene ora dedicato un libro dal titolo “Cose da prendere sul serio”, edizioni Il Maestrale) l’antropologia a cavallo di due secoli ha avuto un faro di eccellenza rischiarando non solo la Sardegna. «Lo ha fatto – scrive Vintila Mihailescu della Scuola nazionale di studi politici e amministrativi di Bucarest – con la preoccupazione per la vera etnografia, la storia documentata con scrupolo, il vero folklore». E forse non è corretto dire che «il romanziere stava producendo l'opposto». Perché in tutte le opere di narrativa, in prosa o in versi – da “Fraus” a “Tempus”, da “Le fiamme di Toledo” a “La pelle intera”, da “Sa Laurera” a “Assandira”, da “Il sale sulla ferita” alle pagine di “A fogu aintru” fino all'ultimo “Sulla faccia della terra” - c'è un'unica cifra, con un autore preciso ed eclettico nelle vesti che di volta in volta indossa, documentato fino alla pignoleria antropologica ma anche fantasioso nel ruolo del narratore-poeta tra voli e metriche pindarico-angioiane. Perché sa leggere, si sa immedesimare nei ditirambi o nei giambi che potete avvertire nelle strade dei villaggi della Trexenta, ma anche nel lessico sentito nei viali di Berlino, o quando parla in pubblico in un cortile di basalto a Santulussurgiu o se organizza le pagine della rivista “Europaea” della “Société des Européanistes”.
I testi del volume sulle “antropologie” di Giulio Angioni esaltano giustamente il percorso accademico-letterario del “professore”. Lo affermano chiaramente, nell'introduzione, Francesco Bachis e Antonio Maria Pusceddu sottolineando «la testardaggine con cui Angioni ha continuato a confrontarsi con bizzarrie e cose di poco conto della periferia». Testardaggine che contiene «un profondo insegnamento al contempo metodologico, intellettuale e civile: ovvero che anche a partire dall'ovvio e dal senso comune si possano – e si debbano – trarre elementi di analisi per comprendere, interpretare e cambiare il “mondo grande e terribile” in cui viviamo».
Carlo Maxia, poi, vuol rimarcare «che l'autore non rinnega la fortunata stagione di studi di stampo marxista sul lavoro, considerato spesso come il fare per eccellenza, che ha visto anche lui come protagonista». Cosimo Zene (University of London) cita due attualissimi versi di Angioni poeta-antropologo-sociologo-politologo: «Tutto il mondo è paese, si diceva/ e adesso tutto il mondo è al tuo paese». E così «considerando questo scenario non è fuori luogo, cioè utopico, dire che anche la Sardegna e gli intellettuali sardi come Gramsci, Antonio Pigliaru, Angioni e altri, offrono un contributo notevole alla riflessione odierna su esilio, alterità e ospitalità».
Certo. C’è chi fa le sue scelte ragionate. Pietro Clemente – che come Angioni ha bagnato i panni antropologici prima nel Flumendosa per poi nuotare fra Tevere e Arno – in un’isola deserta si porterebbe dietro il libro che Giulio aveva pubblicato per Edes nel 1974: “Rapporti di produzione e cultura subalterna. Contadini in Sardegna”. Filippo Zerilli e Marco Pitzalis si occupano invece di pastoralismo, neoliberismo e identità di classe in Sardegna. E i comuni mortali?
Rileggiamo un dimenticato Angioni del 1995, romanzo “Se ti è cara la vita”, editore Insula: «Mi ci trovo bene coi vecchi sotto il campanile, tra morituri consapevoli che sanno darsi ai giochi più giocondi, e si accapigliano fra loro, come dagli spazi di uno stadio dove si giocano partite senza senso. Rifanno i gesti antichi, accendono fiammiferi sui conci di granito. E il sempliciotto Peppe Mazzini dice che la partenza del mondo è l'allegria». Oppure, dallo stesso libro: «Mio padre dava i nomi agli animali, nomi nuovi di zecca. Quella è comare volpe e questo più vicino è un grugnito di cinghiale. Poi ha mormorato un altro antico mottetto all’usignolo triste».
Chi è costui che scrive? Uno scrittore – ha detto Gabriella Mondardini dell'università di Sassari – che scrive inventandosi un secondo mestiere? O un cronista? Un antropologo ciresiano-delitaliano-demartiniano? È un poeta leopardiano in italiano o un Remundu Piras in limba? L'autore ha una firma codificata Siae: Giulio Angioni, nato a Fraus, Sardegna, anno 1939.
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