LE TESTIMONIANZE»IL TERRORE
SASSARI. «Stavo per svoltare in questa viuzza, proprio questa che costeggia l’edificio della Mondialpol. La mia casa è laggiù in fondo, stavo rientrando in macchina. Andavo a due all’ora e me lo sono...
SASSARI. «Stavo per svoltare in questa viuzza, proprio questa che costeggia l’edificio della Mondialpol. La mia casa è laggiù in fondo, stavo rientrando in macchina. Andavo a due all’ora e me lo sono ritrovato d’improvviso davanti al parabrezza. È praticamente sbucato dal nulla: aveva un passamontagna scuro e un fucile a pompa a tracolla. Ho pensato che mi volesse rapinare».
L’uomo punta il fucile in faccia al ragazzo, gli fa cenno di scendere.
«Ho aperto lo sportello – racconta –, e sono uscito. Lui mi dice di spegnere il motore, di togliere le chiavi e di consegnargliele». Lo teneva costantemente sotto tiro. «Era vicinissimo a me, e con la canna del fucile quasi mi toccava. Allora gli ho detto di abbassare l’arma, che non c’era bisogno di puntarmela. E con la mano gliel’ho scostata». Il rapinatore a quel punto reagisce: «Mi ha colpito con un pugno alla tempia. Poi mi ha detto: stai calmo, non siamo qui per te. Dammi le chiavi e stai buono. Sarà stato sulla cinquantina, o almeno così mi è sembrato. Era sardo, ma l’accento non era assolutamente riconoscibile». Nel frattempo la ruspa aveva già sfondato il muro e il commando era entrato in azione. «Si sentivano spari dappertutto, vedevo gente correre, sentivo il rumore dei proiettili che rimbalzavano. Il tipo mi aveva detto di starmene buono, ma io volevo andarmene da lì, era pericoloso». Così quando la sparatoria si è fatta intensa, il conducente dell’auto è diventata l’ultima preoccupazione del bandito, che aveva ben altre cose da tenere d’occhio. «Appena ho visto che mi ha dato le spalle e non mi guardava più, mi sono allontanato prima a passi spediti e poi ho cominciato a correre a tutta velocità. Sembravo un ninja da quanto stavo correndo. In due minuti ero già a casa».
Invece i vigilantes che si trovavano all’interno dell’edificio hanno passato un quarto d’ora ben diverso. Nessuno ha voglia di parlare, e probabilmente hanno direttive ben precise da parte dei vertici: «Chi dice qualcosa ai giornalisti è licenziato». Ma dalle loro facce e dai frammenti di conversazioni che si intercettano tra una telefonata e uno sfogo, è facile intuire cosa si provi a finire in mezzo a una tempesta di proiettili. «Sì, ci hanno fatto dei corsi, sappiamo come si usa una pistola. Ma un conto è la teoria, altra roba è quando ti ci ritrovi in mezzo». Quando hanno sentito il botto del muro che si sfondava e l’irruzione del commando a suon di proiettili, il primo istinto è stato quello di mettersi in salvo. «All’inizio stavamo correndo verso l’uscita, e saremmo andati proprio incontro ai rapinatori. Per fortuna abbiamo capito che i colpi provenivano da quella direzione, e siamo andati dalla parte opposta. Alla fine ci siamo rinchiusi all’interno dei bagni».
E da lì sentivano tutto: gli spari e anche le pistole dei loro colleghi che rispondevano al fuoco dalle finestre. Sono rimasti nascosti diversi minuti, perché il blitz è durato un’eternità. E poi, quando sono usciti, si sono accorti che il colpo era stato messo a segno. I rapinatori erano riusciti a entrare all’interno della sala conta e probabilmente anche dentro il caveau. «Hanno lasciato per terra anche alcune buste di plastica che servivano per raccogliere i contanti. Erano le buste di un noto panificio».
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