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«Quello diventerà un carcere»

«Quello diventerà un carcere»

L’ira dei residenti di Santa Maria: 12 abitanti e neanche un bar

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DALL’INVIATO AD AGLIENTU. Cinque giorni, 120 ore, senza abbandonare il presidio nella sala del consiglio comunale. Laura Crivelli è l’anima, e anche il cuore, del comitato Santa Maria che da venerdì si è schierato contro l’ipotesi di dare alloggio, anche temporaneo, a un nutrito gruppo di migranti: «Me ne hanno dette di tutti i colori», spiega l’attivista, «mi hanno chiamata razzista, mi dicono che lo faccio solo per curare i miei interessi ma chi davvero ha voglia di ascoltarmi può arrivare a capire quello che voglio dire».

Il messaggio di Laura Crivelli è chiaro: «Quella di Santa Maria è una prigione. Come altro si potrebbe definire un luogo isolato in cui non esistono strade, dove non prende il telefono e dove Internet è ancora un sogno? É chiaro che non può essere un luogo in cui ospitare persone che hanno un disperato bisogno di integrazione».

Nella piccola frazione, che poi è più che altro un insieme disordinato di case sparse, vivono appena 12 persone, di cui due disabili e 4 bambini: «Siamo un manipolo di residenti che molto presto dovrà convivere con 80 migranti. Mi sembra che i numeri siano piuttosto sproporzionati», dice ancora Laura Crivelli, «e se per caso dovesse succedere qualcosa? Chi ci garantisce la sicurezza? Forse i due vigili urbani o i due carabineri. Non scherziamo, Aglientu ha già un territorio vastissimo da amministrare e controllare».

Sotto lo striscione che indica l’occupazione del Comune ci sono anche altri soci del comitato, come Mariano Zappi, torinese trapiantato ad Aglientu da appena sei mesi: «La cosa che più mi ha dato fastidio è stata la gente che ci ha indicati come razzisti. È l’esatto contrario, stiamo cercando una formula che possa andare bene a noi e anche a loro. È questo quello che dovrebbero fare tutti invece di perdere tempo».

Le novità arrivate dopo la riunione straordinaria dell’Unione dei comuni dell’Alta Gallura hanno soddisfatto tutti, perlomeno per il momento: «Ecco, creare una cooperativa che possa dare una mano d’aiuto ai migranti dando anche da lavorare alle persone del posto mi sembra una buona idea. Dobbiamo interagire e sfruttare i fondi per creare un’integrazione sana. Che stiano da noi un anno o anche solo un giorno queste persone devono essere trattate come umani e non come carne da macello».

Intanto, il paese non è unito nel sostegno al comitato. Una fazione inevitabilmente supporta le sei attività ricettive che hanno dato la disponibilità ad accogliere i migranti con la formula imposta dalla Prefettura. Per ora sono solo piccoli screzi o sguardi di sfida ma iniziano a essere tanti quelli che temono reazioni ben più scomposte nei prossimi giorni, quando la questione entrerà nel vivo e forse arriveranno i primi migranti. (c.z.)

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