La Nuova Sardegna

Cacciari: serve un risveglio dell’intelligence

di Lillo Montalto Monella
Cacciari: serve un risveglio dell’intelligence

«Fondamentali sono politiche di integrazione Pensare di più in termini strategici e militari»

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di Lillo Montalto Monella

Nessuna ideologia ci può salvare, se non una risposta sul piano tattico-militare, secondo Massimo Cacciari. Fondamentali sono però vere politiche di integrazione e una maggiore efficacia dei servizi segreti.

«L’unico baluardo contro la barbarie era un’ideologia ormai “totalmente fallita”, ovvero quella dell’unità politica, diplomatica e culturale europea. La tragica realtà al momento, però, è che veniamo scossi a ritmo quasi quotidiano da un’entità capace di fare funzionare ottimamente la sua rete di terrore. Una rete in cui nessun nodo è scollegato dagli altri. Stando così le cose, dunque, non ci resta che pensare in termini strategici e militari, moltiplicando le nostre armi di difesa e contrattacco».

Quindi, attuare vere politiche di integrazione e aumentare l’efficacia dell’azione dei servizi segreti. Questa, in sintesi, l'opinione sulla tragica attualità europea del filosofo che da anni riflette sul tema del rapporto tra culture e religioni diverse. Il momento per l’analisi sembra quindi passare in secondo piano, secondo l’ex sindaco di Venezia, rispetto all’esigenza di autodifesa da parte delle democrazie sotto attacco.

L’attentato di Saint-Étienne-du-Rouvray segna il passaggio strategico ad un nuovo livello di violenza?

«Certamente. Rappresenta un’escalation nuova ma al contempo prevedibile. Quest’azione assume un rilievo particolare nel gioco dell’Is, che è quello di giungere ad una situazione in cui appaia con sempre maggiore evidenza che si tratta di una guerra di carattere religioso. Lo scopo è quello di scatenare l’islamofobia in Europa»

Dopo il giornale satirico, il supermercato, lo stadio, il teatro, il caffè, l’aeroporto, la stazione della metro, il treno, la festa in piazza, il festival di musica ora siamo arrivati alla chiesa. Diverse modalità, uguale effetto. C’è un fil rouge che tiene unito il tutto?

«Sì. Tutti gli obiettivi hanno come comune denominatore l’essere simboli della civiltà occidentale, ma qui siamo in presenza di qualcosa di diverso. Sgozzare un prete in chiesa è una immagine di enorme valore simbolico per noi europei, e l’Is lo sa bene. Basta però con questa storia dei lupi solitari: è evidente che c’è una rete di comunicazione ben funzionante nel cyberspazio, dove l’Is esiste ed è un’entità ben definita. Occorre che ci sia un risveglio dell’intelligence in quanto le falle nel sistema sono palesi»

Il futuro sarà sempre più all’insegna del piccolo ed imprevedibile terrorismo quotidiano?

«Tutto è molto casuale, dipende dalle occasioni che si presentano all’Is e dalla disponibilità di uomini pronti al suicidio. E dipende anche da una certa esigenza di non essere ripetitivi, questo è assodato. Difficilmente vedremo ancora un camion che investe gente ad una manifestazione. Ci sarà un’escalation anche da questo punto di vista, temo»

Qual è il corretto atteggiamento dei media in questo scenario, sempre in bilico tra sovraesposizione e doveroso diritto di cronaca?

«Notizie di questo genere finiscono per forza sulle prime pagine di tutti i giornali e questo comporta il rischio di emulazione. È un circolo perfettamente vizioso e perfettamente infrangibile. È anche evidente che questo tipo di attentati è facilmente ripetibile, e non presenta alcuna difficoltà. Oggi non è difficile procurarsi armi, comunicare segretamente, né tantomeno entrare in chiesa e sgozzare un prete». Quali sono i primi passi da compiere, allora, per un’auspicata trasformazione della nostra civiltà che possa fare fronte a questo scenario?

«È una guerra che si combatte su tanti fronti: quello militare, in Siria e in oriente; quello delle politiche di integrazione vere, non chiacchierate o buoniste; e quello dell’intelligence. Tanta intelligence. Perché il terrorismo si combatte così da sempre, anche una volta che era infinitamente meno sofisticato. Senza pentiti o infiltrati, probabilmente le Brigate Rosse sarebbero andate avanti altri 10 anni. Il terrorismo è globale, non nazionale, e per di più può avvalersi della formidabile arma ideologica. Di fronte a questo attacco, dobbiamo moltiplicare le nostre armi di difesa e di contrattacco»

A quale pensiero forte o ideologia è possibile aggrapparsi, allora?

«La grande idea era quella dell’Europa di 20 o 30 anni fa: un’egemonia culturale che non esiste al momento e che potesse essere ponte reale ed autonomo con cui fare intendere i grandi imperi. Uno spazio con una grande politica mediterranea di aiuti, di sostegno e di dialogo con quelle forze disposte ad accogliere un processo di modernizzazione (non occidentalizzazione). Questa idea di Europa è totalmente fallita. Adesso non c’è alcuna ideologia, zero di zero: ora bisogna pensare sul piano tattico-militare come rispondere a questo attacco. Come si fa a riprendere questa idea di Europa quando sgozzano i preti per strada? Sarà tanto se non vincono dappertutto i Le Pen, i Salvini e i Trump. Che è palesemente quanto vuole l’Is, esattamente come le Brigate Rosse non volevano il compromesso storico. Il terrorismo gioca sulle lacerazioni dei paesi democratici, da sempre».

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