Gruppo Ragazzo, istanza-bis di fallimento
Dopo la pronuncia della Cassazione a favore delle case di cura, il pm Pilia rilancia: debiti per 46 milioni
CAGLIARI. Nel 2009 il crollo finanziario dell’impero sanitario della famiglia Ragazzo, col fallimento decretato dal tribunale. La scorsa primavera la rivincita: preso atto di una pronuncia della Cassazione, la Corte d’Appello decide che le società cui facevano capo le tre cliniche dei Ragazzo dovevano essere ammesse al concordato preventivo e che di conseguenza non dovevano fallire. Ora, a pochi mesi di distanza, la Procura ci riprova: tre istanze di fallimento, una per ciascuna delle case di cura dove fino a dieci anni fa lavorava Paolo Ragazzo, il padre della sanità privata sarda. Come dire che la partita si riapre, stavolta su uno stato di dissesto che per il pm Giangiacomo Pilia ammonta a 20 milioni e 940 mila euro per la casa di cura Maria Ausiliatrice, a 13 milioni e 598 mila per la casa di cura Lay e a un milione e 330 mila euro per la Rosa del Marganai. Quasi 46 milioni in tutto, una cifra che a giudizio della Procura non è recuperabile e che mette le imprese a suo tempo amministrate da Riccardo Ragazzo, il figlio maggiore di Paolo, nelle condizioni di legge perché il tribunale dichiari il fallimento. La richiesta verrà esaminata il prossimo 19 gennaio quando i giudici, la Procura e i difensori del gruppo Ragazzo - gli avvocati Sergio Segneri e Franco Bandiera - porteranno in udienza le proprie carte. Certo è che si tratta di una causa complessa, che partita nel 2006 si è trascinata per dieci anni tra giudizi e appelli, con l’attività delle cliniche ormai irrimediabilmente interrotta.
Eppure sembrava tutto finito, con la vittoria giudiziaria ma soprattutto morale degli imprenditori, il cui tentativo di salvataggio delle case di cura era stato frustrato dal fallimento. Nonostante - così ha sempre sostenuto Riccardo Ragazzo - esistessero i presupposti per sanare lo stato finanziario delle aziende e andare avanti. Un progetto, il suo, che partiva dall’ammissione al concordato preventivo, una procedura che consente di affrontare i rapporti coi creditori sotto la stretta vigilanza del tribunale fallimentare. Quel passaggio tecnico, indispensabile per arrivare alla salvezza delle attività, venne però revocato. Una decisione letale per le prospettive delle tre aziende, precipitate rapidamente fino al fallimento del 2009.
Lo scorso 3 maggio però sembrava che la situazione si fosse ribaltata: la Corte d’Appello civile, presieduta da Salvatore Fundoni, ha stabilito che le tre cliniche non dovevano fallire e che la proposta di concordato preventivo avanzata dalle società per sanare la situazione finanziaria non doveva essere revocata. Una decisione in linea con quella assunta dalla Corte di Cassazione, che pareva destinata a chiudere la faccenda. Per i magistrati supremi non c’era traccia nei documenti aziendali di comportamenti «rientranti nella categoria degli atti di frode», che invece ritornano nelle istanze firmate dal pm Pilia. Secondo la Procura, in base alla relazione del curatore fallimentare «sarebbero addebitabili all’organo amministrativo e al collegio sindacale plurimi fatti di bancarotta, nonchè evidenti responsabilità di tipo civilistico» che nella proposta di concordato sono state sostanzialmente ignorate. Non risulta infatti - sostiene il pm - «l’esperimento di apposita azione di responsabilità a carico dei predetti soggetti». (m.l)
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