Cave, far west in Sardegna: la denuncia di Legambiente
Nessun introito per la Regione, ma sono 492 quelle dismesse da recuperare
SASSARI. Il cuore della montagna affettato dalla ferocia delle ruspe. Sabbia, marmo, granito. L’isola è un forziere ricco di tesori da scavare, setacciare, picconare. E per secoli la Sardegna è diventata un serbatoio infinito di materie prime pregiate.
Montagne smontate pezzo dopo pezzo, spesso depredate, deturpate e dimenticate. Tutto a costo zero, tutto con pochissime regole. Una specie di far west che Legambiente mette in evidenza in un dossier-denuncia che mette la Sardegna tra le regioni meno virtuose nella difesa del suo patrimonio. Cave e miniere sono diventate il simbolo di un’isola in cui per millenni il pane è arrivato dal sottosuolo. I romani condannavano i cristiani ad metalla, ai lavori forzati in miniera, in Sardegna. Come nel 235 fecero per papa Ponziano. Un’isola che ha sempre mostrato una naturale vocazione a sfruttare le sue risorse. E forse in questi secoli lo ha fatto un po’ troppo e senza mai creare vere regole di tutela.
Lo studio. Lo studio di Legambiente mostra come la Sardegna viva una sorta di anno zero nella regolamentazione. Unica regione in Italia, la Sardegna non ricava neanche un euro dalle concessioni. Nell’isola ci sono 303 cave attive. Quelle dismesse sono 492.
In Sardegna vengono estratti 902mila metri cubi di sabbia, che di solito viene utilizzata nell’edilizia. Una grossa parte viene esportata verso la penisola. Sarà utilizzata per realizzare piastrelle. Ogni anno vengono estratti anche 310mila metri cubi di pietre ornamentali. A queste si devono aggiungere altri 510mila metri cubi del pregiatissimo marmo, venduto in mezzo mondo, dai Paesi arabi, a quelli del Nord Africa e del Nordamerica, fino alla Cina. Una delle ricchezze della Sardegna. Ma non basta. Vengono estratti ogni anno 181mila metri cubi di argilla. L’isola non è tra le regioni in cui c’è il maggior numero di cave. In Lombardia ci sono 663 cave attive e 2955 dismesse. In Toscana 380 attive e 1208 dismesse. Ma per la Sardegna l’ambiente e il territorio incontaminato sono diventati da tempo la merce forse più preziosa per l’economia. Vendere il proprio habitat incontaminato, l’ambiente, il verde, il cibo e l’aria che fanno stagionare i centenari. Ecco perché sono diventati centrali il recupero delle cave dismesse o la loro valorizzazione. Fino a oggi sono troppe quelle abbandonate e pochissimi gli esempi di rivalorizzazione di quelle esaurite.
Le normative. Il rapporto di Legambiente punta il dito in particolare sull’assenza di una legislazione puntuale nell’isola. Tutto è avvolto da una certa fumosità. In Italia la legge di riferimento è un regio decreto del 1927. Difficile pensare che a 90 anni di distanza le sensibilità ambientali siano le stesse. Ora le competenze sono state tresferite alle Regioni. Ognuna fa le sue regole.
Il Piano. La Sardegna è tra le sette regioni che non hanno un Piano cave. In altre parole una serie di regole che disciplina in modo rigido quello che si può fare. E Legambiente punta il dito contro l’assenza di regole. Impietoso il parallelo con altre regioni. «Positivo il caso del Veneto, dove viene fissato un limite percentuale di aree estrattive rispetto all’estensione dei territori comunali. Il 3% nel caso di cave di inerti e il 5% nel caso delle cave di argilla. All’opposto sembra a dir poco vaga la prescrizione prevista in Sardegna,in cui le aree vietate per l’attività estrattiva sono tutte quelle in cui è possibile “compromettere rilevanti interessi pubblici connessi al regime idrogeologico (...) nonché a eccezionali interessi naturalistici, di carattere paleontologico, paletnologico e speleologico”».
Le leggi e le sanzioni. Legambiente nel suo report punta il dito anche contro le leggi regionali, troppo fumose, e contro le sanzioni, giudicate ridicole. L’autorizzazione alla coltivazione, il termine tecnico per l’apertura, di una cava viene data dalla Regione. In passato non era previsto il recupero delle cave dismesse, e ora la Regione ha creato dei bandi in cui arriva a finanziare fino al 60 per cento dei costi per il recupero. Blande anche le sanzioni. Per la coltivazione illegale di una cava si va da una ammenda di 2.500 a 10mila euro. Per il mancato rispetto delle norme si rischiano sanzioni da 1.500 a 7.500 euro.
Per l’apertura non autorizzata di una cava in Toscana e in Umbria si rischiano multe che vanno nel primo caso da 40mila a 150mila euro e nel secondo da 30mila a 300mila euro.
Il recupero. In teoria almeno sul recupero delle aree deturpate la Sardegna ha una legge severa del 1989. Come spiega Legambiente «non permette di realizzare semplici opere di mascheramento o di copertura della cave dismesse, ma obbliga a ristabilire la funzionalità ecologica e faunistica dell’area ante operam con lavori di ripristino sia durante sia dopo l’escavazione.Sono richieste conoscenze specifiche sull’area interessata dall’attività estrattiva quali una base conoscitiva floristica e fitosociologia, un esame delle caratteristiche climatiche e microclimatiche, la composizione del suolo e un’accurata selezione delle specie vegetali autoctone». Ottime prescrizioni, ma subito Legambiente precisa. «Nonostante questo approccio positivo molto viene rimandato al Piano di ripristino delle aree estrattive, che non è in vigore in Sardegna».
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