Pomodori cinesi nelle tavole sarde, l’invasione fa paura
In aumento l’arrivo di concentrato da lavorare e confezionare come italiano: presenti additivi e coloranti fuori legge
SASSARI. Il pomodoro cinese invade le tavole sarde. Negli ultimi dodici mesi dall’Estremo oriente sono arrivati in Italia circa 100 milioni di chili di concentrato. Un più 43 per cento, pari a circa il 20 per cento della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente. Un’invasione che va a danneggiare anche le piccole produzioni sarde. Negli ultimi anni si sta assistendo a un crescendo di navi che dalla Cina sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso con concentrato di pomodoro da rilavorare e confezionare come italiano poiché nei contenitori al dettaglio è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento, ma non quello di coltivazione del pomodoro. Un commercio che va reso trasparente con l’obbligo a indicare in etichetta l’origine degli alimenti che attualmente vale in Italia solo per la passata di pomodoro, ma non per il concentrato o per i sughi pronti. La Cina, tra l’altro, ha conquistato il primato nel numero di notifiche Ue per prodotti alimenti irregolari perché contaminati dalla presenza di micotossine, additivi e coloranti al di fuori dalle norme di legge.
Coldiretti. «Tutti i prodotti devono avere una etichetta che riporti l’origine della materia prima. Il problema è sempre lo stesso – attacca il presidente di Coldiretti Sardegna Battista Cualbu –. Che si parli di riso, grano o pomodoro, i nostri prodotti di altissima qualità, certificati e genuini si ritrovano a dover concorrere con prodotti di cui non si conosce l’origine e i metodi di produzione e trasformazione. La conseguenza è che si riducono le coltivazioni locali a vantaggio di prodotti importati. In questo modo si abbandonano le terre, perdiamo posti di lavoro e ci ritroviamo con prodotti che fanno male anche alla salute».
Produzione sarda. Nell’isola sono 320 mila, in media, i quintali di pomodoro da industria che si producono, in particolare tra il Medio Campidano e l’Oristanese. I 70 produttori isolani sono riuniti nella cooperativa Arpos di Sanluri. La scorsa è stata un’ottima annata con un aumento di produzione pari a 370mila quintali, anche se sono lontani i 700mila di 25 anni fa. «C’è qualche azienda in Italia che produce quanto tutta l’isola – spiega il presidente Priamo Picci –. Abbiamo la terra e il clima adatto per triplicare la produzioni».Tutto il pomodoro sardo oggi è trasformato dall’industria Casar, con 10mila quintali destinati al marchio Io sono sardo, che garantisce la certificazione di filiera e tracciabilità. «In Sardegna abbiamo scelto di puntare sull’alta qualità del prodotto – dice ancora Picci – grazie a un accordo di filiera. Il pomodoro che conferiamo all’industria ha solo un margine del 10 per cento di scarto. Nulla rispetto alle percentuali che si riscontrano anche nel resto d’Italia».
Qualità. La filiera Io sono sardo, nata nel 2011, in 5 anni è passata dalla lavorazione di 500 quintali a 10mila. Il prodotto è venduto soprattutto nei mercati di Campagna Amica e nei negozi affiliati sardi e nazionali. «Siamo riusciti a ritagliarci una buona posizione sul mercato con un prodotto certificato e di qualità – afferma Picci -. Certo non possiamo concorrere con certi prezzi presenti sul mercato. Vendiamo il pomodoro già a prezzi risicati (12,20 al quintale), fermi da tre anni. Se dovesse scendere ulteriormente saremmo costretti a produrre sotto i costi di produzione».
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