La Nuova Sardegna

Processo Quirra, il teste: «Vitelli deformi»

di Valeria Gianoglio
Processo Quirra, il teste: «Vitelli deformi»

Un pastore con bestiame nel poligono parla di anomalie tra i capi e di un fratello morto di leucemia

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«Avevamo 64 ettari di terreno, all’interno del poligono di Quirra, e circa 38 capi bovini che pascolavano là. A volte i militari ci avvisavano di sgomberare perché dovevano fare i lanci di missili e le esercitazioni e dopo, a terra, trovavamo pezzetti di stecchette arancioni. Noi bambini le usavamo per accenderci il fuoco quando pioveva. E poi nel nostro allevamento erano nati quattro vitelli con il collo storto e due con gli arti uguali»: dopo i primi racconti di alcuni ex militari del poligono sentiti come testimoni della lista del pubblico ministero, ieri mattina, al processo sul caso Quirra, è il turno di alcuni allevatori. Sono circa le 12 quando, dopo un paio di ore dedicate all’affrontare una eccezione, poi rigettata, sollevata dai difensori degli otto ex comandanti della base accusati di “omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri”, la tappa di ieri nel processo entra nel vivo. Il primo teste che si siede in udienza si chiama Luca Melis, ha 33 anni e fa l’allevatore. «Che lavoro svolgeva nel 2011? – gli chiede il pm Daniele Loi, che sostiene l’accusa insieme al procuratore Biagio Mazzeo – si ricorda che è stato sentito dal corpo forestale?». «Mi ricordo – risponde Melis – io sono un allevatore di bovini, l’attività l’aveva cominciata mio padre, poi ho proseguito io da ragazzino, avevo 12-13 anni, avevamo 64 ettari di terreno in concessione del demanio militare». «Ha mai assistito a lanci di missili?», gli chiede ancora la pubblica accusa. «Sì – risponde Luca Melis – a periodi venivano fatti, a periodi no. E poi a volte in lontananza vedevamo i carri armati, facevano le esercitazioni e i militari ci avvisavano che dovevamo allontanarci». «Ha mai avuto danni al pascolo o altro?», chiede ancora il pm Loi. «Dalle esercitazioni non ho avuto danni né al pascolo né al bestiame – risponde l’allevatore – ma dopo che finivano nel terreno trovavamo spesso pezzetti di stecche arancioni, e poi pezzi verdi, una sorta di alluminio verniciato di verde, o pezzi di lamiera. A volte trovavamo anche pezzi di lamiera, piccoli o più grandi». L’allevatore racconta anche che in famiglia, qualche anno fa, un familiare aveva avuto problemi di salute piuttosto gravi. «Mio fratello Alessio è morto nel 2010 per una leucemia – spiega, Luca Melis – si era ammalato nell’ottobre del 2008, ci dava sempre una mano in azienda. Lui come me sin da ragazzino portava il bestiame di famiglia a pascolare, facevamo i turni. Era nato nell’86, Alessio. E poi abbiamo avuto qualche problema con gli animali: due vitellini erano nati con gli arti uguali, quattro, invece, con il collo storto. La carne dei nostri bovini venivano analizzate e poi vendute. I nostri animali si abbeveravamo anche nel fiume e in alcuni stagni. Nel fiume poteva capitare». Uno degli avvocati di parte civile, Gianfranco Sollai, attraverso una domanda ricorda che nei campionamenti di quelle carni «erano stati trovati campioni di cadmio e piombo». «Ma visto che sono stati trovati questi campioni – insiste l’avvocato Sollai – qualcuno le aveva detto che quella carne non l’avrebbe potuta vendere?». «No – risponde il teste Luca Melis – nessuno mi ha detto che non potevo commercializzarla. Anche se la usavano prevalentemente in famiglia». «Suo fratello beveva carne e latte?», chiede il legale. «Sì», risponde Melis. «L’area di lancio dei missili era recintata?», chiede a quel punto uno degli avvocati della difesa, Pierfrancesco Caput. «Sì – risponde l’allevatore – era recintata, non si poteva accedere».

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