Fondali saccheggiati: cernie e dentici in pericolo

Aggiornato l’elenco delle specie a rischio d’estinzione per colpa della pesca

SASSARI. Inquinamento, surriscaldamento delle acque, plastica, pesca intensiva. È un cocktail delle peggiori abitudini umane quello che minaccia la sopravvivenza delle specie marine che popolano e le coste e le “acque territoriali” sarde. Negli elenchi, stilati e puntualmente aggiornati dai ricercatori dell’Icaat, compaiono le specie su cui l’attenzione è già alta – e che per fortuna in alcuni casi hanno già fatto segnare un’importante inversione di tendenza – come i tonni rossi, il pesce spada e lo squalo. La novità è che nelle liste di proscrizione dei sudditi di Nettuno trovano spazio anche specie che hanno il domicilio nelle vicinanze delle coste dell’isola e che popolano le tavole e le fantasie di tutti i pescatori sportivi: il dentice e la cernia, per fare due esempi.

I vicini di casa. Sono vulnerabili perché decisamente prevedibili. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con un fucile subacqueo sa che il raggio d’azione di una cernia o di dentice è limitato a poche decine di metri, al massimo un centinaio. Fare la posta è un gioco da ragazzi, al punto che le belle cernie di una volta quasi non esistono più al di fuori delle aree protette. Lo stesso discorso vale per i dentici.



Prede d’alto mare. Se i pesci piccoli sono a rischio, sembra che i grandi pelagici come il tonno rosso e il pesce spada siano i protagonisti di una fortunata inversione di tendenza. La pesca intensiva praticata soprattutto negli anni ’90 aveva ridotto ai minimi storici le popolazioni delle due specie, richiestissime dal mercato. Una volta acquisita, la consapevolezza di giocare con il fuoco è stata foriera di buone notizie per gli stock di tonno e pesce spada che sembrano in risalita, al punto che qualche tempo fa anche il ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, ha formalizzato l’opposizione del governo italiano alla Corte di Giustizia Europea e al regolamento che limita i quantitativi di pesca di pesce spada per l’Italia. Lo stesso destino, quindi, di quello capitato alle quote di tonno rosso che sono cresciute negli ultimi anni dopo che la specie ha rischiato di sparire dal Mediterraneo.

I grandi predatori. Sapere che nella lista dei pesci in pericolo ci sono anche gli squali potrebbe aumentare l’empatia nei confronti di una specie che non gode della simpatia umana. Eppure il Mediterraneo è il mare più pericoloso per gli squali, nonostante in Italia il consumo di questo tipo di pesce sia limitatissimo. Infatti, lo sterminio è un effetto collaterale delle pesca intensiva, anche da parte di chi si definisce “sportivo”. Sono più di venti le specie di squalo che rischiano di scomparire dai mari di tutto il mondo. Nel Mediterraneo se la passano piuttosto male gli spinaroli, gli smerigli e gli squali angelo. Alcuni sono vittime del “finning”, una pratica illegale che prevede il taglio della pinna dorsale – ricercatissima per preparare la zuppa di squalo – quando l’animale è ancora vivo, ma la maggior parte viene pescata per errore, nel senso che abbocca agli ami dei palamiti o rimane intrappolato nelle reti da pesca.

Non solo pesci. Anche il resto dell’ecosistema marino è sottoposto a pressioni “esterne”. La tropicalizzazione delle acque sta cambiando le gerarchie: la praterie di posidonia sono minacciate dalla cylindracea, un alga arrivata dal canale di Suez che sta invadendo il Mediterraneo. Nella lista ci sono anche i ricci di mare, le patelle e soprattutto i datteri di mare, la cui pesca è vietata dalla fine degli anni ’90.
 

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