Nuovo rinvio a giudizio per Adriano Salis
Già condannato definitivamente a 18 mesi, la Procura gli contesta spese per quasi 100mila euro
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CAGLIARI. Arriva un nuovo rinvio a giudizio per Adriano Salis, l’ex consigliere regionale dell’Idv già condannato a un anno e mezzo di reclusione dalla Corte d’Appello il 21 giugno 2016, con pena confermata dalla Corte di Cassazione. L’accusa di peculato continuato è riferita alle spese sostenute dal gruppo Fas, di cui Salis era amministratore: si tratta di 9600 euro più altri 90 mila la cui responsabilità è stata attribuita all’ex consigliere dal pm Marco Cocco. Ieri, nel corso dell’ujdienza preliminare davanti al giudice Giuseppe Pintori, i difensori Rita Dedola e Marco Fausto Piras hanno chiesto il non luogo a procedere nei confronti di Salis, mentre il pubblico ministero ha ribadito la richiesta di procedere fondata - a suo giudizio - su prove sostanzialmente speculari al processo precedente: agli atti della Procura risultano le spese ma non il rendiconto e i giustificativi conseguenti, il che nel ragionamento accusatorio integra il delitto di peculato. Sentito dalla Nuova Sardegna, Salis ha sostenuto di essere all’oscuro di come gli altri consiglieri del gruppo Fas utilizzassero i fondi destinati all’attività istituzionale: «Io posso rispondere delle mie spese - ha detto - che sono sempre state compatibili coi criteri stabiliti dalla legge, perché non ho mai speso un euro per ragioni private. Ma non vedo che tipo di responsabilità io possa evere sulle scelte degli altri consiglieri». Salis dovrà presentarsi il prossimo 9 marzo davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale. Nel precedente procedimento che lo riguarda l’ex esponente del partito di Di Pietro aveva scelto il giudizio abbreviato, stavolta i suoi legali hanno preferito il rito ordinario. Salis fu il primo consigliere regionale, agli albori dell’inchiesta sui fondi ai gruppi, a chiedere il giudizio abbreviato. Davanti al giudice Cristina Ornano sostenne che la prassi di spesa dei fondi pubblici dei gruppi era comune all’intero consiglio regionale e in base alle sue dichiarazioni il pm Cocco estese l’inchiesta.
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