Suicida dopo il ricatto in cella gli estorsori

Sgominata banda che agiva sul web: capo un finto poliziotto di origini sarde Un operatore socio sanitario di Mamoiada lo scorso luglio si era tolto la vita

NUORO. Aveva truffato e fatto precipitare nella disperazione più nera, fino ad arrivare al gesto estremo del suicidio, anche un operatore socio-sanitario di Mamoiada che lavorava in ospedale a Nuoro, il sedicente “ispettore” della polizia postale Marco Gigliotti. Matricola (inventata di sana pianta) ER432, una parlantina fluente come poche, e la capacità di inventarsi storie personali di ogni genere, pur di convincere le sue ignare vittime a mettere mano al portafogli. Altrimenti, diceva, «questa cosa va avanti e si arriva alla denuncia penale. Pagando, invece, la facciamo finire qua».

La truffa. Così, il sedicente ispettore e matricola ER432, sbandierando finti loghi delle forze dell’ordine, e inesistenti violazioni delle norme che a suo dire governavano gli annunci on line ai quali avevano risposto le sue vittime, era riuscito a convincere pure l’Oss di Mamoiada che quell’annuncio che aveva messo su un sito di appuntamenti on line aveva violato una norma non meglio precisata. Ed era riuscito a convincerlo che, per evitare querele e problemi al lavoro, avrebbe dovuto versare tre tranche di denaro, per un totale di 5000 euro, su una carta ricaricabile Postepay. Una carta dalla quale, dopo pochi secondi, gli stessi soldi magicamente sparivano e venivano dirottati verso altri lidi, grazie a una fitta rete costituita da 19 complici che, solo per restare agli ultimi quattro mesi, oltre all’Oss di Nuoro, avevano truffato 470 persone in tutta Italia, tre delle quali a Nuoro città, e così facendo riuscivano a raggranellare mille euro in media al giorno.

I ruoli. C’era chi faceva da “cacciatore” delle vittime da imbrogliare. Chi – come hanno spiegato il comandante provinciale dei carabinieri, Franco Di Pietro e il maggiore Gianluca Graziani – ne studiava con scrupolo maniacale i profili nei social network alla ricerca di informazioni preziose da utilizzare anche ai fini del ricatto. Chi si preoccupava invece di attivare le svariate carte ricaricabili Postepay sulle quali poi sarebbero arrivati i soldi delle truffe e delle estorsioni. Chi, ancora, alla telefonata del boss, fulmineo, si preoccupava di spostare i soldi dalla carta per farne sparire le tracce ed evitare che la vittima ci ripensasse. Un meccanismo che funzionava alla perfezione, insomma. Sarebbe andata avanti ancora chissà per quanto, questa banda collaudata di truffatori, se non fosse che nello scorso mese di luglio, una delle loro vittime, al colmo della disperazione, aveva deciso di togliersi la vita. Lo aveva fatto in una casupola alla periferia di Mamoiada, in silenzio e senza far troppo rumore.

Il suicidio e la denuncia. Ed è proprio da lì, da quella morte tanto ingiusta quanto piena di domande irrisolte, e dalla successiva denuncia presentata dai genitori stravolti dal dolore, che sarebbe nata l’indagine dei carabinieri della compagnia di Nuoro, guidati dal maggiore Gianluca Graziani, che ieri mattina è culminata nell’esecuzione di 20 misure cautelari chieste, dopo quattro mesi di inchiesta e intercettazioni, dal sostituto procuratore di Nuoro, Giorgio Bocciarelli, e disposte dal gip Mauro Pusceddu. Venti misure cautelari, dunque, che hanno colpito altrettanti indagati dell’inchiesta che porta il nome della matricola fasulla del sedicente ispettore Gigliotti: l’operazione “ER432”.

Il capo della banda. Al presunto boss della banda, ovvero al sedicente ispettore della polizia postale, la misura cautelare in carcere lo ha raggiunto ieri nel penitenziario di Torino, dove era già rinchiuso da qualche giorno sempre per un reato di truffa. Il sedicente “Gigliotti”, come ha spiegato ieri il comandante provinciale dei carabinieri, Franco Di Pietro, insieme al maggiore Graziani, in realtà si chiama Simone Atzori, ha 39 anni e origini sarde ma è nato alle porte di Torino, a Chivasso, nel ’78, e non è un nome nuovo per le forze dell’ordine. Insieme a lui, l’ordinanza di custodia in carcere è stata notificata dai carabinieri, al termine di una operazione che ha coinvolto circa 150 militari, anche al suo presunto braccio destro: Francesco Reina, nato a Catania nell’87 e residente a Livorno.

Le accuse. A entrambi il pm Giorgio Bocciarelli ha contestato il reato di estorsione e di associazione a delinquere finalizzata alle truffe e alle estorsioni. Il fascicolo dell’inchiesta è stato trasmesso per competenza a Torino. E nel capoluogo piemontese si terranno gli interrogatori di garanzia degli indagati sottoposti alle misure cautelari. «Erano una macchina da guerra, nel campo delle truffe ed estorsioni – hanno commentato il colonnello Di Pietro e il maggiore Graziani – subdoli e capaci di convincere a pagare centinaia di persone».

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