Il Tar decide: «Facebook non è la realtà»
L’amicizia sui social non dimostra incompatibilità tra commissari e candidati nei concorsi
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CAGLIARI. L’amicizia su Facebook non è un’amicizia reale, quindi non basta a dimostrare l’incompatibilità tra un commissario di concorso pubblico e un concorrente. L’ha stabilito il Tar, che il 3 maggio dell’anno scorso ha respinto un ricorso dove veniva segnalato il rapporto sospetto, fornendo come prova il contatto commissario-candidato registrato sul social network e alcune foto dove i due sembravano mostrare un rapporto di vicinanza certificato da una cena di gruppo. Il presidente Caro Lucrezio Monticelli, citando il testo della sentenza all’inaugurazione dell’anno giudiziario amministrativo, ha spiegato che «le cosiddette amicizie su Facebook sono del tutto irrilevanti, perché lo stesso funzionamento del social network consente di entrare in contatto con persone che nella vita quotidiana sono del tutto estranee». In quanto alle foto il magistrato amministrativo ha spiegato che «non valgono di per sé a provare alcuna commensalità abituale prevista dalla legge come causa di incompatibilità». Ha spiegato ancora Monticelli che «nell’odierno modo di comunicare qualunque occasione conviviale anche del tutto episodica può essere catturata con il telefono cellulare e repentinamente pubblicata sul social network, pertanto non può questa essere considerata, in assenza di altri elementi, indice di commensalità abituale». In altre parole: una pizza col commissario del concorso pubblico può anche starci, basta che non sia un’abitudine.
Curiosità a parte, la relazione del presidente conferma che edilizia e urbanistica continuano a rappresentare un business anche in tempi di crisi economica. La conseguenza è il record di ricorsi registrato dal Tar nel 2017 in queste due materie: 212 su un totale di 1025, come dire che su cinque contenziosi amministrativi uno riguarda mattoni e volumetrie. L’altro campo di battaglia sul diritto amministrativo è la sanità: 80 ricorsi, 50 in più rispetto al 2016, sulle risorse assegnate dalla Regione alle strutture private. Superlavoro per i giudici del Tar anche sulla delicatissima materia dell’immigrazione: 59 ricorsi su permessi di soggiorno negati, il doppio dell’anno precedente. Nel complesso il Tar Sardegna è riuscito nell’impresa di tenere sotto controllo il volume del contenzioso: i provvedimenti adottati nell’anno sono stati 1118 (1025 i ricorsi depositati) con una pendenza che anziché aggravarsi si è fermata a quota 2966. Frutto anche del processo telematico, divenuto nel 2017 una realtà. Non mancano le note dolenti: troppo spesso i cittadini e le aziende che vincono le cause con la pubblica amministrazione non ricevono il dovuto in tempi ragionevoli. In altre parole: gli enti pubblici non pagano o pagano tardi, molto tardi, e i privati sono costretti a presentare nuovi ricorsi «per ottemperanza», vale a dire per avere quanto il Tar ha già stabilito con sentenza. I ricorsi per esecuzione del giudicato sono raddoppiati in pochi anni e nel 2017 sono stati 94. Un dato paradossale: per un centinaio di volte nel corso dell’anno i giudici sono stati chiamati a intervenire con un provvedimento perché venisse eseguita una sentenza. (m.l)
Curiosità a parte, la relazione del presidente conferma che edilizia e urbanistica continuano a rappresentare un business anche in tempi di crisi economica. La conseguenza è il record di ricorsi registrato dal Tar nel 2017 in queste due materie: 212 su un totale di 1025, come dire che su cinque contenziosi amministrativi uno riguarda mattoni e volumetrie. L’altro campo di battaglia sul diritto amministrativo è la sanità: 80 ricorsi, 50 in più rispetto al 2016, sulle risorse assegnate dalla Regione alle strutture private. Superlavoro per i giudici del Tar anche sulla delicatissima materia dell’immigrazione: 59 ricorsi su permessi di soggiorno negati, il doppio dell’anno precedente. Nel complesso il Tar Sardegna è riuscito nell’impresa di tenere sotto controllo il volume del contenzioso: i provvedimenti adottati nell’anno sono stati 1118 (1025 i ricorsi depositati) con una pendenza che anziché aggravarsi si è fermata a quota 2966. Frutto anche del processo telematico, divenuto nel 2017 una realtà. Non mancano le note dolenti: troppo spesso i cittadini e le aziende che vincono le cause con la pubblica amministrazione non ricevono il dovuto in tempi ragionevoli. In altre parole: gli enti pubblici non pagano o pagano tardi, molto tardi, e i privati sono costretti a presentare nuovi ricorsi «per ottemperanza», vale a dire per avere quanto il Tar ha già stabilito con sentenza. I ricorsi per esecuzione del giudicato sono raddoppiati in pochi anni e nel 2017 sono stati 94. Un dato paradossale: per un centinaio di volte nel corso dell’anno i giudici sono stati chiamati a intervenire con un provvedimento perché venisse eseguita una sentenza. (m.l)
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