L’intervento
Mistretta: un testo che non convince non considera le differenze dell’isola
CAGLIARI. Riduttivo parlare di urbanistica e pensare a come impilare mattoni. Il dibattito sulla Legge regionale catalizza sempre più l’attenzione. Uno studio attento lo ha fatto l’ex rettore dell’Uni...
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CAGLIARI. Riduttivo parlare di urbanistica e pensare a come impilare mattoni. Il dibattito sulla Legge regionale catalizza sempre più l’attenzione. Uno studio attento lo ha fatto l’ex rettore dell’Università di Cagliari Pasquale Mistretta, che di mestiere fa l’urbanista. Materia che ha insegnato anche all’università.
Mistretta boccia la legge urbanistica, ma il suo approccio non si limita alla critica di singoli articoli. Il professore entra nella materia, viviseziona il testo e analizza anche nei dettagli i singoli articoli. Il suo studio, una serie di appunti sulla legge da cui parte il suo ragionamento, è più ambizioso. Spiega perché ci sono alcuni aspetti dal punto di vista concettuale per cui la legge urbanistica proposta dalla giunta non lo convince.
«Il ddl prospetta una ridefinizione della competenza della gerarchia amministrativa. Questo nuoco controllo del territorio di fatto “esautora” la politica regionale, e soprattutto quella degli enti locali, attraverso una esasperata burocratizzazione dei procedimenti di pianificazione. Questa linea che delega a soggetti non eletti (uffici degli assessorati, enti ministeriali e territoriali) le attività che la Costituzione e lo Statuto attribuiscono ai sindaci, sembra studiata per rafforzare una concezione centralistica del governo del territorio con la scusa di “proteggere” lo stesso dalle incursioni della speculazione sfrenata, soprattutto quando la “politica” non è in grado di farlo». In altre parole il potere passa dalla politica ai funzionari. E a perdere del tutto il potere di decidere il futuro urbanistico sono non solo la Regione, ma anche i Comuni.
Un altro buco nella legge è la scarsa attenzione all’emorragia di abitanti che vive la Sardegna. «La pianificazione non può prescindere dagli effetti nel medio periodo. I segni sono già evidenti nel disarmo territoriale delle zone interne e nel grande esodo dei giovani dai paesi della montagna». In altre parole Mistretta punta il dito contro la mancanza nella legge di una visione strategica. Sulla carenza di analisi della dimensione insediativa dei comuni e dell’effetto attrattivo che hanno le città. Sono loro a spopolare il resto dell’isola. «Non si può adottare una norma di governo del territorio burocraticamente uguale per tutti. Si potrebbero usare gli indicatori insediativi per incentivare le potenzialità edificatorie e dei centri più deboli rispetto a quelli più forti e per invogliare molti operatori a investire, scommettendo sulle zone e su centri che oggi sono senza alcuna prospettiva».
Mistretta mette in evidenza come in Sardegna ci siano solo due città sopra i 100mila abitanti, 314 sotto i 5 mila e 122 sotto i mille. «Il ddl della Regione, decantato come innovativo perché vorrebbe spalmare le azioni nei 377 comuni della Sardegna, di fatto, senza riconoscere i diversi scenari che concorrono a definire l'insieme, dimostra di non cambiare quasi niente rispetto alle norme attuali. Tra le altre cose sottovaluta l’incidenza che hanno le seconde case e che ormai non sono più competitive per il turismo». E affonda ancora. «La pianificazione urbanistica regionale degli ultimi 20 anni ha favorito gli ambiti urbani senza contrastare l’abbandono delle zone interne. Il ddl non cambia questo approccio urbanistico indistinto nei differenti habitat della Sardegna. Il sostenere che le condizioni delle diverse parti dell’isola sono tutte identiche, non solo non risponde alla realtà, ma alimenta sempre più il disinteresse verso un'equilibrata urbanistica regionale». Una bocciatura. «Non ci sembra che il testo con i suoi 113 articoli possa considerarsi uno strumento di facile memorizzazione e applicazione, tanto più che non semplifica le procedure di elaborazione, di verifica e di approvazione degli strumenti urbanistici». (l.roj)
Mistretta boccia la legge urbanistica, ma il suo approccio non si limita alla critica di singoli articoli. Il professore entra nella materia, viviseziona il testo e analizza anche nei dettagli i singoli articoli. Il suo studio, una serie di appunti sulla legge da cui parte il suo ragionamento, è più ambizioso. Spiega perché ci sono alcuni aspetti dal punto di vista concettuale per cui la legge urbanistica proposta dalla giunta non lo convince.
«Il ddl prospetta una ridefinizione della competenza della gerarchia amministrativa. Questo nuoco controllo del territorio di fatto “esautora” la politica regionale, e soprattutto quella degli enti locali, attraverso una esasperata burocratizzazione dei procedimenti di pianificazione. Questa linea che delega a soggetti non eletti (uffici degli assessorati, enti ministeriali e territoriali) le attività che la Costituzione e lo Statuto attribuiscono ai sindaci, sembra studiata per rafforzare una concezione centralistica del governo del territorio con la scusa di “proteggere” lo stesso dalle incursioni della speculazione sfrenata, soprattutto quando la “politica” non è in grado di farlo». In altre parole il potere passa dalla politica ai funzionari. E a perdere del tutto il potere di decidere il futuro urbanistico sono non solo la Regione, ma anche i Comuni.
Un altro buco nella legge è la scarsa attenzione all’emorragia di abitanti che vive la Sardegna. «La pianificazione non può prescindere dagli effetti nel medio periodo. I segni sono già evidenti nel disarmo territoriale delle zone interne e nel grande esodo dei giovani dai paesi della montagna». In altre parole Mistretta punta il dito contro la mancanza nella legge di una visione strategica. Sulla carenza di analisi della dimensione insediativa dei comuni e dell’effetto attrattivo che hanno le città. Sono loro a spopolare il resto dell’isola. «Non si può adottare una norma di governo del territorio burocraticamente uguale per tutti. Si potrebbero usare gli indicatori insediativi per incentivare le potenzialità edificatorie e dei centri più deboli rispetto a quelli più forti e per invogliare molti operatori a investire, scommettendo sulle zone e su centri che oggi sono senza alcuna prospettiva».
Mistretta mette in evidenza come in Sardegna ci siano solo due città sopra i 100mila abitanti, 314 sotto i 5 mila e 122 sotto i mille. «Il ddl della Regione, decantato come innovativo perché vorrebbe spalmare le azioni nei 377 comuni della Sardegna, di fatto, senza riconoscere i diversi scenari che concorrono a definire l'insieme, dimostra di non cambiare quasi niente rispetto alle norme attuali. Tra le altre cose sottovaluta l’incidenza che hanno le seconde case e che ormai non sono più competitive per il turismo». E affonda ancora. «La pianificazione urbanistica regionale degli ultimi 20 anni ha favorito gli ambiti urbani senza contrastare l’abbandono delle zone interne. Il ddl non cambia questo approccio urbanistico indistinto nei differenti habitat della Sardegna. Il sostenere che le condizioni delle diverse parti dell’isola sono tutte identiche, non solo non risponde alla realtà, ma alimenta sempre più il disinteresse verso un'equilibrata urbanistica regionale». Una bocciatura. «Non ci sembra che il testo con i suoi 113 articoli possa considerarsi uno strumento di facile memorizzazione e applicazione, tanto più che non semplifica le procedure di elaborazione, di verifica e di approvazione degli strumenti urbanistici». (l.roj)
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