In molti rinunciano alle cure
di Stefano Ambu
Su 5800 malati oncologici solo la metà si rivolge agli ospedali. Cresce la mortalità
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CAGLIARI. Conti che non tornano nelle radioterapie sarde: 2800 persone curate dal tumore con gli acceleratori di Cagliari (quattro), di Sassari (due) e di Nuoro (due). Ma il fabbisogno è a quota 5800. Come dire: mezza Sardegna non riesce a curarsi nell’isola. E allora va fuori? Sì certo, molti vanno fuori. Ma non tutti. «Non è possibile tecnicamente – dice Pietro Gabriele, oggi all’istituto di Candiolo, Piemonte, ma dieci anni fa in Sardegna per l’apertura dei centri di radioterapia di Cagliari e di Nuoro – che il 52-53% vada fuori a curarsi. C’è un sommerso di cui non abbiamo i dati: quanti pazienti non vengono trattati del tutto? Quanti pazienti non fanno la radioterapia? Sono pazienti da recuperare: è una questione etica». I dati sono emersi ieri nelle battute finali del convegno “La radioterapia in Sardegna: stato dell’arte e prospettive future” organizzato dall’ospedale Brotzu e dall’Airo, associazione italiana radioterapia e oncologia clinica. Chi cerca soluzioni e cure prendendo l’aereo o la nave, va a Roma, Bologna, Firenze, Pisa, Genova, Aviano. Ma fuori dall’isola i problemi mica si risolvono per forza. «A volte si va da una parte – ha detto Gabriele – ma lì non si trova una risposta. E allora si va da un’altra parte. Ma intanto il tempo passa». Già il tempo: «Se il paziente arriva con una Tac di quaranta giorni prima e tu lo tratti un mese dopo, al centro oncologico del continente si deve ripetere la Tac. Ma non è che lì te la rifanno il giorno dopo». Conclusione: alcuni dati di mortalità sono abbastanza indicativi, dice Gabriele, soprattutto in un momento in cui i dati di guarigione sono in crescita. «La sopravvivenza in Sardegna – ha confermato Maria Filomena Dedola, responsabile del centro di Sassari – è più bassa della media nazionale». Si è parlato anche dell’importanza dello screening. E del fatto che la consultazione del registro tumori di Sassari evidenzi, ad esempio, per il colon retto dei dati problematici. Le cure? Dipendono anche dal personale. «Rispetto ai vecchi dati, con i nuovi tecnici – ha rimarcato Dedola – siamo arrivati a 750 pazienti all’anno: questo tuttavia non significa che si riesca a rispondere alle esigenze locali». C'è un problema di macchinari. Cagliari, ad esempio, festeggia quest’anno il decennale del nuovo centro. Ma la situazione in qualche modo è peggiorata: le macchine nel capoluogo erano nel 2009 addirittura sei (le quattro nuove e le due vecchie) e si potevano dare quantitativamente altre risposte. Ora le macchine a Cagliari sono quattro (le due vecchie sono state dismesse) e avrebbero bisogno quanto meno di un upgrade. Che cosa serve? Investimenti, sì. «Ma sarebbe importante guidare i flussi di persone – ha suggerito Gabriele – verso i centri di riferimento. Magari con delle convenzioni che consentano di sopportare i costi delle trasferte».
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