«Scappata da mio marito perché mi perseguitava»
Daniela Scano
La donna è fuggita dalla Francia dove viveva col compagno: caso internazionale. La relazione era finita: «Lui mi aveva detto che mi avrebbe distrutto la vita»
5 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. «Quell’uomo mi ha trattata come una incubatrice e adesso vorrebbe annientare i miei diritti di madre. Non glielo consentirò». La storia di Maria (nome di fantasia) è tutta in questo epitaffio. Poche parole che racchiudono un amore finito, un figlio conteso, aule di tribunali diventati campi di battaglia. Una storia come tante altre di famiglie spezzate, se non fosse che Maria è italiana e il suo ex compagno è francese. Questo ha creato un cortocircuito internazionale. Un caso di cui, con uno sguardo che cambia a seconda della loro cittadinanza, si stanno occupando i giudici francesi e italiani.
Maria, 29 anni, infermiera professionale, originaria di un paese dell’hinterland sassarese, è scappata dalla Francia e vive nascosta da mesi in Sardegna con suo figlio di tre anni. L’ex compagno della donna, anche lui infermiere, vuole che il piccolo viva a casa sua in Francia. I giudici d’oltralpe devono ancora decidere. Alla prossima udienza, a giugno, Maria non si presenterà in tribunale: «Perché mi arresterebbero – spiega –. Lui, infatti, mi ha denunciato per sottrazione di minore».
La giustizia italiana invece dà ascolto e supporto a Maria. Nei giorni scorsi, al termine dell’udienza celebrata al tribunale di Sassari, la pm Luisella Fenu ha annunciato che chiederà la sospensione della potestà genitoriale nei confronti dell’infermiere francese, accusato di maltrattamenti e stalking dalla sua ex. Maltrattamenti psicologici e non fisici, precisa la donna: «Ma c’è un motivo. Un giorno lui mi disse: non sono così stupido da colpirti, ti distruggerò in un altro modo». L’udienza davanti al giudice italiano, dove è stata assistita dall’avvocato Antonio Secci, ha riempito Maria di speranza e ottimismo. Poi racconta la sua storia di donna sola in terra straniera in balia di un compagno che la isola e la umilia. Il racconto comincia dalla spiegazione del suo epilogo.
«Mettetevi nei miei panni – esordisce l’infermiera –. In Francia non avevo un lavoro fisso, non avevo amici né i miei familiari vicini, il padre di mio figlio dopo avermi isolata mi perseguitava e continuava a minacciarmi che mi avrebbe distrutto la vita. Quando gli ho annunciato che non lo amavo più e che sarei ritornata in Italia, ha cominciato a dire a tutti che ero pazza, che ero una poco di buono, mi ha accusata anche di essere una ladra. Ho fatto due traslochi per sfuggire al suo controllo e me lo trovavo ogni momento sotto casa con uno sguardo cattivo. Ho chiesto aiuto alla polizia francese e non mi ha aiutata, non hanno neppure preso in considerazione le mie segnalazioni. Ho chiesto al tribunale di poter ritornare in Italia con mio figlio e, dopo cinque mesi, i giudici francesi me lo hanno negato. Mi sono chiesta “cosa ci faccio ancora qui? Io muoio”. Me ne sono andata. Lo rifarei».
Questa la versione di Maria della fine di un rapporto di coppia cominciato a Sassari, tra il 2010 e il 2012, durante un corso per infermieri professionali. Però c’erano strani atteggiamenti di lui. «Segnali che dovevano essere campanelli di allarme, come la storia della intelligenza sociale – dice la donna –. Adattarmi alla nuova realtà non era facile per me, sola in Francia mentre lui era circondato dai suoi amici che mi ignoravano e dalla sua famiglia. Mi sentivo come se non avessi uno spazio mio e lui affermava che scarseggiavo di “intelligenza sociale”, ma che mi avrebbe aiutata a costruirla. Una volta disse che doveva “addestrarmi”. Pensavo che scherzasse, non era così».
Il fatto, continua Maria, è che il compagno guidava le loro esistenze con due velocità. «Cercavo di farmi amicizie mie, ma lui non gradiva, quando arrivavano le mie amiche le trattava in modo strafottente. Lo stesso, dopo un inizio rispettoso, faceva con i miei familiari». L’isolamento sociale sarebbe esploso quando Maria è rimasta incinta. «Mi piace curare il mio aspetto fisico, la considero una piccola coccola quotidiana, quindi ci rimasi male quando lui mi impose di non truccarmi più – racconta –. Disse che i cosmetici sono perturbatori endocrini e che la cosa lo angosciava. O così o niente, se volevo un bambino dovevo accettare questa condizione». Da quel momento, la crisi è stata una lunga serie di problemi quotidiani, anche economici.
«La verità è che non c’era più un progetto insieme. Dopo la nascita del piccolo la situazione è precipitata, e il trasferimento nel sud della Francia ha peggiorato le cose». La coppia, racconta Maria, è andata a vivere in un appartamento della madre. «Abbiamo trovato subito un lavoro e mi sono resa conto che c’era una collega che gli stava molto vicino. Non ho prove che mi abbia tradito, so però che quando gli ho detto che non lo amavo più lui ha reagito con assoluta gelida indifferenza». Distacco diventato rabbia alla notizia che Maria sarebbe rimpatriata con il bambino. «Se prima avevo conosciuto il suo modo subdolo di prevaricare, il vero incubo è iniziato in quel momento. Sono cominciate le minacce e le false accuse di relazioni con altri uomini. Continuava a dire: vuoi andare in Italia? Io ti rovino, ti porto via il bambino, una mattina vado a prendermelo all’asilo e non te lo faccio più vedere, ricordati che qui sei tu la straniera. Ci eravamo separati ma lui entrava in casa quando voleva oppure, nonostante due traslochi, me lo ritrovavo fuori».
Maria assicura che la fuga in Italia non era stata preventivata in alcun modo. «Ho fatto una regolare domanda al tribunale francese nel febbraio del 2017 – continua a raccontare –. Ho aspettato con pazienza l’udienza, a luglio. I giudici mi hanno negato l’espatrio del bambino anche se ha la doppia cittadinanza. Ero praticamente prigioniera. A novembre mio padre ha avuto un ictus e mia madre, che era stata la mia guardia del corpo per tanti mesi, è tornata in Sardegna. Io sono venuta qualche giorno dai miei e al ritorno in Francia mi sono sentita disperatamente sola. Sola e in pericolo. Al consolato mi hanno detto che non potevano farci niente».
L’infermiera sarda era già in contatto con Onda Rosa, ma non sono state le volontarie a suggerirle la fuga. «Ho fatto tutto da sola – racconta –. Di fronte a tutta questa poca tutela ho detto basta e me ne sono andata. Se questa storia mi ha insegnato qualcosa, è che non bisogna cedere al terrore ma occorre difendersi. L’unica cosa che voglio è che mio figlio abbia una vita normale. Contrariamente all’uomo che mi sta facendo la guerra, io non farò niente per privare il padre dei suoi diritti. Però mio figlio deve restare con me».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Maria, 29 anni, infermiera professionale, originaria di un paese dell’hinterland sassarese, è scappata dalla Francia e vive nascosta da mesi in Sardegna con suo figlio di tre anni. L’ex compagno della donna, anche lui infermiere, vuole che il piccolo viva a casa sua in Francia. I giudici d’oltralpe devono ancora decidere. Alla prossima udienza, a giugno, Maria non si presenterà in tribunale: «Perché mi arresterebbero – spiega –. Lui, infatti, mi ha denunciato per sottrazione di minore».
La giustizia italiana invece dà ascolto e supporto a Maria. Nei giorni scorsi, al termine dell’udienza celebrata al tribunale di Sassari, la pm Luisella Fenu ha annunciato che chiederà la sospensione della potestà genitoriale nei confronti dell’infermiere francese, accusato di maltrattamenti e stalking dalla sua ex. Maltrattamenti psicologici e non fisici, precisa la donna: «Ma c’è un motivo. Un giorno lui mi disse: non sono così stupido da colpirti, ti distruggerò in un altro modo». L’udienza davanti al giudice italiano, dove è stata assistita dall’avvocato Antonio Secci, ha riempito Maria di speranza e ottimismo. Poi racconta la sua storia di donna sola in terra straniera in balia di un compagno che la isola e la umilia. Il racconto comincia dalla spiegazione del suo epilogo.
«Mettetevi nei miei panni – esordisce l’infermiera –. In Francia non avevo un lavoro fisso, non avevo amici né i miei familiari vicini, il padre di mio figlio dopo avermi isolata mi perseguitava e continuava a minacciarmi che mi avrebbe distrutto la vita. Quando gli ho annunciato che non lo amavo più e che sarei ritornata in Italia, ha cominciato a dire a tutti che ero pazza, che ero una poco di buono, mi ha accusata anche di essere una ladra. Ho fatto due traslochi per sfuggire al suo controllo e me lo trovavo ogni momento sotto casa con uno sguardo cattivo. Ho chiesto aiuto alla polizia francese e non mi ha aiutata, non hanno neppure preso in considerazione le mie segnalazioni. Ho chiesto al tribunale di poter ritornare in Italia con mio figlio e, dopo cinque mesi, i giudici francesi me lo hanno negato. Mi sono chiesta “cosa ci faccio ancora qui? Io muoio”. Me ne sono andata. Lo rifarei».
Questa la versione di Maria della fine di un rapporto di coppia cominciato a Sassari, tra il 2010 e il 2012, durante un corso per infermieri professionali. Però c’erano strani atteggiamenti di lui. «Segnali che dovevano essere campanelli di allarme, come la storia della intelligenza sociale – dice la donna –. Adattarmi alla nuova realtà non era facile per me, sola in Francia mentre lui era circondato dai suoi amici che mi ignoravano e dalla sua famiglia. Mi sentivo come se non avessi uno spazio mio e lui affermava che scarseggiavo di “intelligenza sociale”, ma che mi avrebbe aiutata a costruirla. Una volta disse che doveva “addestrarmi”. Pensavo che scherzasse, non era così».
Il fatto, continua Maria, è che il compagno guidava le loro esistenze con due velocità. «Cercavo di farmi amicizie mie, ma lui non gradiva, quando arrivavano le mie amiche le trattava in modo strafottente. Lo stesso, dopo un inizio rispettoso, faceva con i miei familiari». L’isolamento sociale sarebbe esploso quando Maria è rimasta incinta. «Mi piace curare il mio aspetto fisico, la considero una piccola coccola quotidiana, quindi ci rimasi male quando lui mi impose di non truccarmi più – racconta –. Disse che i cosmetici sono perturbatori endocrini e che la cosa lo angosciava. O così o niente, se volevo un bambino dovevo accettare questa condizione». Da quel momento, la crisi è stata una lunga serie di problemi quotidiani, anche economici.
«La verità è che non c’era più un progetto insieme. Dopo la nascita del piccolo la situazione è precipitata, e il trasferimento nel sud della Francia ha peggiorato le cose». La coppia, racconta Maria, è andata a vivere in un appartamento della madre. «Abbiamo trovato subito un lavoro e mi sono resa conto che c’era una collega che gli stava molto vicino. Non ho prove che mi abbia tradito, so però che quando gli ho detto che non lo amavo più lui ha reagito con assoluta gelida indifferenza». Distacco diventato rabbia alla notizia che Maria sarebbe rimpatriata con il bambino. «Se prima avevo conosciuto il suo modo subdolo di prevaricare, il vero incubo è iniziato in quel momento. Sono cominciate le minacce e le false accuse di relazioni con altri uomini. Continuava a dire: vuoi andare in Italia? Io ti rovino, ti porto via il bambino, una mattina vado a prendermelo all’asilo e non te lo faccio più vedere, ricordati che qui sei tu la straniera. Ci eravamo separati ma lui entrava in casa quando voleva oppure, nonostante due traslochi, me lo ritrovavo fuori».
Maria assicura che la fuga in Italia non era stata preventivata in alcun modo. «Ho fatto una regolare domanda al tribunale francese nel febbraio del 2017 – continua a raccontare –. Ho aspettato con pazienza l’udienza, a luglio. I giudici mi hanno negato l’espatrio del bambino anche se ha la doppia cittadinanza. Ero praticamente prigioniera. A novembre mio padre ha avuto un ictus e mia madre, che era stata la mia guardia del corpo per tanti mesi, è tornata in Sardegna. Io sono venuta qualche giorno dai miei e al ritorno in Francia mi sono sentita disperatamente sola. Sola e in pericolo. Al consolato mi hanno detto che non potevano farci niente».
L’infermiera sarda era già in contatto con Onda Rosa, ma non sono state le volontarie a suggerirle la fuga. «Ho fatto tutto da sola – racconta –. Di fronte a tutta questa poca tutela ho detto basta e me ne sono andata. Se questa storia mi ha insegnato qualcosa, è che non bisogna cedere al terrore ma occorre difendersi. L’unica cosa che voglio è che mio figlio abbia una vita normale. Contrariamente all’uomo che mi sta facendo la guerra, io non farò niente per privare il padre dei suoi diritti. Però mio figlio deve restare con me».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
