Da Sassari a New York, l'oncologa killer dei tumori

Lia Palomba

Lia Palomba, medico ematologo da 30 anni in America, ha individuato una nuova terapia contro linfomi e leucemie

SASSARI. La sveglia ancora tace ma lei ha già occhi spalancati e pensieri che corrono veloci. Sono le 5.30 a New York e Lia Palomba davanti al primo caffè della giornata sta riflettendo sull’ultimo caso da affrontare: un paziente arrivato da Londra in condizioni gravissime, colpito da un linfoma estremamente aggressivo. «Ha 55 anni, la mia età. Altri medici gli hanno detto che non c’è niente da fare».

Ma Lia non è abituata ad arrendersi. Anzi, la sua sfida sono le missioni sulla carta impossibili. Alcune le ha già vinte. È stata ribattezzata Dottoressa House quando nel 2009 ha salvato un giovane di Pittsburgh dato per spacciato. L’ha riportato alla vita e restituito alla moglie e alla sua bambina: un miracolo della scienza che le è valso l’elogio sulle pagine del New York Times nel reportage sui «medical detectives», quelli che risolvono i casi impossibili.

Ma Lia Palomba non si cura della celebrità e guarda avanti: ogni giorno in laboratorio a studiare nuove terapie, incrociare dati, trasformare ipotesi in fatti. Scavalcare il muro di fronte al quale altri si sono arresi. Lia Palomba è una eccellenza sarda, sassarese, la città da cui è partita più di 30 anni fa: oncologo-ematologo al Memorial Sloan Kettering di New York, associa la ricerca in laboratorio alla cura dei pazienti, due professioni generalmente separate. Grazie alla ricerca la dottoressa Palomba ha individuato una nuova terapia per la cura di linfomi e leucemie di tipo linfatico. È questa l’unica speranza per il 55enne londinese che si è affidato a lei.

Dottoressa Palomba, in che cosa consiste la terapia innovativa?

«Si basa sulla manipolazione genetica del sistema immunitario autologo, le cellule vengono spedite in laboratorio e geneticamente modificate. A quel punto sono in grado di attaccare il tumore e riescono a sconfiggerlo nel 50 per cento dei casi. È una percentuale alta se consideriamo che la terapia rappresenta l’ultima chance per pazienti che non hanno risposto alle cure tradizionali».

Quali malattie si possono curare con questa nuova terapia?

«Inizialmente è stata approvata soltanto per la leucemia in età pediatrica, successivamente anche per la leucemia linfatica a cellule B e per i linfomi aggressivi a cellule B, come nel caso della signora siciliana che siamo riusciti a salvare».

Una storia a lieto fine, ce la racconti.

«Concetta ha 80 anni ed è arrivata in America negli anni Sessanta. Quando è venuta qui non riusciva più a camminare perché il linfoma premeva sulla gamba destra e le aveva paralizzato i movimenti. Aveva già affrontato due terapie convenzionali e una di tipo sperimentale ma il linfoma non era scomparso. Con la nuova terapia invece è andato in remissione e Concetta sta bene».

Ci sono stati anche insuccessi?

«Si, come nel caso di un ragazzo di Portland, nell’Oregon. Era convinto di morire perché nessuno gli aveva dato speranza. Si è fidato di me, ha fatto la terapia e la malattia è scomparsa. Purtroppo però dopo tre mesi è ritornata. Aveva problemi economici e non poteva più permettersi di stare a New York per affrontare una nuova terapia. Allora è tornato dalla madre, è stato seguito da una équipe medica ma nel frattempo il male era diventato molto aggressivo e lui non ce l’ha fatta».

Ha parlato di problemi economici. Questa terapia è disponibile gratuitamente o è carico dei pazienti?

«La terapia è costosissima ma è garantita a tutti i cittadini coperti da assicurazione così come prevede il sistema sanitario americano. Obama aveva fatto una riforma eccezionale per estendere il diritto alle cure a milioni di persone, purtroppo con Trump la situazione è peggiorata perché ha deciso di cancellare i sussidi governativi alle assicurazioni sanitarie per i cittadini a basso reddito. Questo significa zero assistenza per 20 milioni di persone».

Lei da 30 anni vive e lavora in America, come giudica l’assistenza sanitaria in Italia?

«Per quanto riguarda le mie discipline, oncologia ed ematologia, in Italia ci sono centri d’eccellenza e molti luminari. Penso al San Raffaele e all’Humanitas a Milano, ai centri di Aviano, Torino e Bologna per la cura dei linfomi».

Quale il giudizio sulla sanità in Sardegna?

«Non ho elementi per giudicare perché non ho mai lavorato come medico in Sardegna a parte un breve periodo durante la specializzazione a Sassari: ho conosciuto colleghi e specializzandi bravissimi, la qualità c’era. Ma un aspetto mi ha colpito in maniera negativa, soprattutto se raffrontato alla mia esperienza in America».

Si spieghi meglio.

«Ho notato che non si lavorava in équipe, c’era una situazione gerarchica che ostacolava il lavoro di squadra. Questo è un difetto, perché il confronto tra colleghi è fondamentale, serve il contributo di tutti nella elaborazione della diagnosi e nella ricerca di nuove cure. L’altro aspetto negativo riguarda l’accoglienza dei pazienti».

Si riferisce alle strutture non in buone condizioni?

«Mi ha colpito in particolare la poca attenzione verso il paziente che dovrebbe trovare un ambiente positivo. Ho visto sale d’attesa spoglie, in Ematologia a Sassari pazienti che aspettano il risultato dell’emocromo seduti accanto ad altri su sediette di ferro in attesa di fare la chemioterapia. Intorno tanta confusione, gente che entra e che esce. Non è un ambiente pensato per i pazienti. Noi qui stiamo costruendo il nuovo palazzo che ospiterà l’Ematologia: sono stata coinvolta anche nella scelta degli arredi e della tinta alle pareti. Per fare sentire i pazienti a proprio agio non serve tanto: bastano poltroncine, giornali, una macchinetta del caffè, una stanza appartata in cui sfogarsi, piangere di fronte a una brutta notizia, telefonare a un amico».

La sua vita e il suo lavoro è a New York, ha mai pensato di tornare in Sardegna?

«Tornerei per collaborare, per raccontare quello che ho imparato in 30 anni. Vorrei aiutare i neolaureati e gli specializzandi a ottenere le borse di studio e i fondi per fare ricerca clinica. In Sardegna se ne fa poca, invece il futuro e le speranze dipendono proprio dalla ricerca».

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