La Nuova Sardegna

IL DECRETO DIGNITÀ E I SUOI EFFETTI

di LUCA DEIDDA

Un possibile emendamento prevede la restituzione dello 0,5 per cento quelle aziende che stabilizzano. Un incentivo per il tempo indeterminato, il cui costo però cresce per l’aumento delle indennità...

2 MINUTI DI LETTURA





Un possibile emendamento prevede la restituzione dello 0,5 per cento quelle aziende che stabilizzano. Un incentivo per il tempo indeterminato, il cui costo però cresce per l’aumento delle indennità di licenziamento. Gli imprenditori non sono masochisti alla ricerca perversa di scuse per disfarsi dei propri dipendenti: i lavoratori capaci sono la chiave del successo di un’impresa; gli imprenditori lo sanno e si tengono stretti i lavoratori capaci cercando di offrirgli il miglior contratto possibile. Questo il Governo lo sa e lo riconosce.

Dunque, se anche con il contratto a tutele crescenti (jobs act), le imprese sembrano comunque preferire il tempo determinato, ciò che giustifica l’attenzione su questo tipo di contratti, altrimenti ridondante, occorre chiedersi il perché.

Perché ci sono esigenze temporanee, perché possono testare il neoassunto, ma anche perché, evidentemente, considerati i costi di licenziamento, molte aziende ritengono i contratti a tempo indeterminato non convenienti e causa di una rigidità che peserebbe troppo in situazioni di crisi. Questo aspetto è tanto più rilevante quanto più fragili sono le imprese. E le nostre imprese sono spesso fragili, perché in genere poco produttive; del resto, questo è uno dei motivi per cui i salari reali italiani sono più bassi che in altri Paesi.

In buona sostanza, le nostre imprese spesso scelgono il tempo determinato perché non possono permettersi il tempo indeterminato; sebbene sappiano che i loro lavoratori lo preferirebbero. Quindi il rischio che rendere meno convenienti rapporti di lavoro a tempo determinato non induca più rapporti a tempo indeterminato, c’è; ancor più perché il Decreto dignità rende più costosi i contratti a tempo indeterminato.

Occorrerebbe una politica a tutto tondo volta a migliorare significativamente la competitività delle nostre imprese e quindi incidere sulle determinanti strutturali della domanda di lavoro da parte delle imprese. Qui entra in gioco la governance delle imprese e del pubblico, la qualità dell’istruzione a tutti i gradi, l’efficienza della burocrazia e delle leggi, l’equità e la semplicità dell’imposizione fiscale, rendere tempestiva la soluzione del contenzioso. Tra l’altro, molti di questi elementi motivano la scelta di delocalizzarsi all’estero. Senza perdere di vista sicurezza e una revisione sistematica degli “ammortizzatori sociali” tra cui l’introduzione di un sussidio di disoccupazione incentivante più generale a favore di chi non ha lavoro e lo cerca. Si tratta di politiche i cui effetti sono di medio-lungo periodo e che quindi pagano meno nell’immediato. Ma se si vuole incidere sulla disoccupazione strutturale, oltre che solleticare la pancia degli italiani che non arrivano a fine mese, non c’è alternativa.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative