Beni venduti all’asta dalla banca: ma l’azione esecutiva a Porto San Paolo era illegittima

La lunga odissea giudiziaria vissuta da un costruttore originario di Quartu Sant'Elena

CAGLIARI. Prima un decreto ingiuntivo, subito dopo il pignoramento e la vendita all’asta di beni per 609 mila euro, sei anni più tardi la sentenza del tribunale civile - depositata il 20 settembre - che dice coi tempi biblici della giustizia quanto si sospettava: tutto illegittimo, decreto, pignoramento e vendita, perché la banca che si è rivolta al giudice non è la stessa che vantava il credito. Come dire: eravamo su scherzi a parte, solo che al costruttore quartese Salvatore Garau il corto circuito giudiziario è costato cinque immobili di cui era proprietario a Porto San Paolo la società di cui è contitolare, la Sviluppo immobiliare Olbia srl (Sio), uscita a pezzi dalla vicenda e rimasta in piedi per miracolo.

La vicenda dal principio. Siamo nell’estate del 2012 e la Sio srl è beneficiaria di un affidamento di 600 mila euro su un conto di Unicredit Banca d’Impresa (Ubi) garantito da ipoteca. I tempi sono duri, mancano all’appello tutti i 600 mila euro più altri novemila e l’istituto di credito non è disposto ad aiutare oltre l’imprenditore: trenta giorni per rientrare, pena l’azione esecutiva. Garau non ripiana il conto, la conseguenza è la richiesta al tribunale di un decreto ingiuntivo, cui il costruttore si oppone attraverso l’avvocato Marcello Colamatteo.

Qui comincia il braccio di ferro a colpi di carte bollate: Unicredit Management Bank, diventata successivamente Dobank, chiede il pignoramento e il giudice Antonio Dessì concede la «provvisoria esecuzione» malgrado l’avvocato Colamatteo abbia indicato una serie di anomalie che vizierebbero la legittimità dell’azione avviata dalla banca. Comunque si va avanti, l’ufficiale giudiziario bussa in viale Don Luigi Sturzo a Loiri Porto San Paolo e pignora sei immobili, tra appartamenti e garage per un valore stimato di 609 mila euro, una somma che le spese fanno crescere fino a 617 mila euro. Il tempo di sbrigare le procedure e i beni vengono offerti all’asta: tutti venduti tranne due garage. In altre parole Garau perde gli immobili ancora prima che il tribunale dica la sua sulla legittimità dell’azione esecutiva.

Con una giustizia che funziona in tempi umani niente di tutto questo sarebbe accaduto, invece tra la firma del decreto ingiuntivo e la sentenza che l’ha dichiarato illegittimo, annullandone gli effetti, sono trascorsi sei anni. Sei anni in cui l’avvocato Colamatteo ha dovuto lottare per dimostrare quanto a suo giudizio appariva chiaro fin dall’inizio della controversia: la banca che aveva concesso l’affidamento al costruttore era cambiata, tra incorporazioni e fusioni si erano formati soggetti giuridici diversi, coi quali Garau non aveva nulla a che fare. Per capire: il legale ha sostenuto che a esigere il decreto ingiuntivo non è stato lo stesso soggetto giuridico ma un altro, che non ne aveva diritto. Tecnicamente, stando alla sentenza mancava la legittimazione attiva. I legali di Unicredit hanno sostenuto che si tratta della stessa azienda, ma per il giudice Dessì - così scrive nella sentenza - non l’hanno dimostrato coi documenti. Per questo il magistrato ha dato ragione al costruttore e dopo aver revocato il decreto ingiuntivo del 19 luglio 2012 ha condannato la Dobank a rifondere spese di giudizio all’imprenditore per 16.500 euro. Ma perché quella di Garau e del suo difensore non sia una vittoria di Pirro ci vorrà un’altra causa, necessaria per ottenere la restituzione del valore dei beni venduti all’asta, cui andranno aggiunti i danni. E’ un’altra storia che sta per cominciare. Nel frattempo meglio non aspettarsi troppa comprensione dalle banche.
 

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