La Nuova Sardegna

Un bimbo, suo padre e l’ascensore per le stelle

di Luigi Soriga
Un bimbo, suo padre e l’ascensore per le stelle

La morte spiegata a un bambino di quattro anni in un viaggio dentro il cimitero. La visita speciale alle tombe dei nonni e dei parenti che non ci sono più

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Il concetto di trapasso, a quattro anni, è lineare e semplice: schiatti e l’indomani diventi una stella. Vale per le persone, e vale per gli animali. Una roba del genere: muori, acquisti i super poteri, fili dritto in cielo alla velocità della luce, batti un cinque a Gesù e poi la notte ti illumini d’immenso. Il bambino che ci guiderà in questa “spoon river” dell’infanzia, di stelle lassù per ora ne ha tre. Ci sono i nonni paterni che non ha mai conosciuto, e c’è il vecchio cane al quale ha fatto in tempo ad allungare qualche carezza. È un bambino curioso, che viaggia a una media di 23 perché al minuto. Ogni tanto vorrebbe allargare la sua costellazione e chiede alla nonna materna: «Ma tu perché ancora non sei diventata una stella?». Il nonno si scompiscia, lei risponde: «Amore mì, non c’è mica fretta».

Ieri per lui è stato il grande giorno. Finalmente era il momento di conoscere i nonni che non ci sono più. «Babbo ti porta a salutarli, perché è la loro festa». La “spoon river” dei bimbi: è come stare in un otto volante, attaccati forte alla maniglia, tra le vertiginose salite e le impicchiate della loro fantasia. E se c’è un modo divertente per avvitare i morti a vivi, beh, quello sono i bambini.

«Ma davvero? Li vedrò? Andiamo a trovarli dove c’è Gesù?». Non proprio.

Questa storia di una parte che rimane sotto terra e dell’altra che prende l’ascensore complica un tantino la genesi delle stelle. «Ma perché il corpo sta giù e l’anima va su?». Non preoccuparti piccolo, è una domanda che si fanno in molti.

E oggi ce ne andiamo a zonzo in questo popolato seminterrato, nell’ingorgo di ricordi, tra migliaia di lutti che si sfiorano. Un po’ come si fa nella spiaggia dopo le mareggiate, in un bagnasciuga tra il passato e il presente.

Il bimbo tiene i fiori in mano. Li ha scelti lui per la nonna, dei gladioli bianchi, ed è curioso come abbia azzeccato subito il colore. È come se stringesse un testimone generazionale, e quando lo posa nel vaso lo fa con una certa solennità. Ha capito che si tratta di un gesto importante, è fiero che la mamma gli abbia attribuito questa responsabilità.

Ma questi nonni che gli sorridono dagli ovali non gli suscitano particolare emozione: niente ricordi, perfetti sconosciuti di una vita lontana. Gli manda due baci a testa, e recita un’Ave Maria con volume a palla, così come si usa alla scuola materna. E poi dà un bacio anche alla effige di Cristo, che per lui è il super eroe più forte di tutti. La sua personalissima classifica si è formata in questo modo: «Babbo sei più forte tu o Hulk? Io. Tu o Capitan America? Io. Tu o Supermen? Sempre io. Tu o Gesù? Eh no figlio mì. Di fronte a Gesù babbo si arrende».

Girare tra le tombe è un faticoso arrampicarsi sopra i rami dell’albero genealogico. «Qui ci sono i tuoi bisnonni, cioè i nonni di babbo. E questa è zia, la sorella di... mamma di tuo cugino....». Insomma per un bambino di quattro anni il tour guidato lungo la stirpe è di una noia mortale. Al sesto zio sconosciuto comincia a rincorrere i piccioni e a fare tutto quello per cui i bimbi sono programmati: riprogettare gli spazi, e convertire l’austerità del marmo e del cipresso nella spensierata allegria di un grande parco di divertimenti.

«Babbo, guarda là, ci sono due bambini». Su una lapide in effetti ci sono le statue di due cherubini. Lui si arrampica, si mette di fianco e chiede: «Chi è più alto io o loro?». Il livello di competitività, in questa fase dell’infanzia, è un tantino spiccato. Scatta la gara anche con gli angioletti.

Poi vede dei corpi di marmo seminudi, le anime dei dannati che strisciano. Si avvicina e col ditino gli accarezza la pianta del piede: «Perché non teme il solletico?» È attirato da mille cose: da una foto color seppia: «Perché quella signora ha i capelli così?». Dai baffi a manubrio di un nobile del novecento, dalle grandi piramidi.

Se non ci fossero tutte queste regole, il cimitero non sarebbe mica male. È che ogni volta che un bimbo urla la mamma fa shhhhh! E poi: perché bisogna parlare per forza sottovoce? Perché non si può saltellare allegramente sopra le tombe o arrampicarsi sulle croci? O scambiare i fiori da un vasetto all'altro? E perché in questo posto così colorato e pieno di luce la gente ogni tanto piange?

Chissà quanti pensieri sfrecciano dentro queste testoline affascinanti e iperattive. È bello che ancora il senso della morte scivoli sopra la loro spensieratezza senza nemmeno scalfirla.

Però se c’è un’immagine che capace di intaccare l’allegro iperuranio, e instillare un’aurea di turbamento, è la sepoltura degli Ardisson. Una scena dalla potenza evocativa straordinaria: la Morte incappucciata, dalle sembianze di scheletro, chiama a sè una donna. I suoi cari le si avvinghiano nel tentativo disperato di trattenerla in vita.

Un tempo i bambini si affacciavano su quell’affresco terribile da dietro i pantaloni dei papà. Ora, dopo overdosi di Halloween, la povera Morte non fa più paura a nessuno: «Babbo, sai che anche io ieri ero vestito da piccolo scheletro come lei?».

E allora c’è solo una carta che resta da giocare, per trafiggere questi cuoricini così refrattari alla commozione: il campo comune dei bambini poveri. C’è della premeditazione e si tratta di una tappa programmata. La mamma aveva inserito nella borsetta una macchinina di Cars, due mini Avengers, un piccolo peluche di gatto. Insomma, tre giocattoli dimenticati da tempo nel cassetto. La mission impossibile è convincere un esserino il cui concetto di proprietà privata è più radicato di quello di un notaio, a regalare i suoi giocattoli ad altri bambini molto ma molto più sfortunati.

La distesa di croci che marciscono in solitudine, e le collinette di terra brulla sono un distillato di malinconia in purezza. Anche l’umore del bimbo cambia. Si fa più serio. Non lo turba il fatto che anche nella morte i soldi possano fare la differenza, tra chi riposa sotto una manciata di polvere e chi sotto un miniappartamento. Ci sarà tempo per analizzare questa ingiustizia. Lo inquieta piuttosto che la morte possa riguardare anche i bambini, e non solo i nonni. Fa domande: «Perché sono morti? Come si chiama questo? Quanti anni aveva?». Ed ecco, in questo attimo di vulnerabilità, che arriva la prova di altruismo: «Loro erano poveri e non avevano giochi. Perché non gli regali la tua macchinina. Li faresti felici. E se stanotte guarderai il cielo, vedrai delle stelle più luminose. Sono loro che ti ringrazieranno». Recapitare all’eternità un regalino è una scelta molto sofferta. Si accorge che c’è in ballo anche l’approvazione dei genitori. Poi dice pensioroso: «Babbo io gliela presto. Ma poi lui come fa a restituirmela?».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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