SERVE UNA COSCIENZA IDENTITARIA
Il ritardo è il carattere distintivo della nostra storia per limitarci soltanto agli ultimi sessant’anni, un ritardo rispetto alle esigenze del tempo, ai bisogni e ai nostri interessi. Chi ha...
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Il ritardo è il carattere distintivo della nostra storia per limitarci soltanto agli ultimi sessant’anni, un ritardo rispetto alle esigenze del tempo, ai bisogni e ai nostri interessi. Chi ha condotto il gioco è stata sempre una scelta politica esterna (senza nascondere responsabilità interne) e nella logica di investimenti e sfruttamento di capitali continentali e internazionali.
La questione fondamentale è oggi in Sardegna la necessità di una coscienza identitaria politica, economica, ambientale. Identità che non possediamo e che bisogna costruire come base fondamentale della crescita a nostro vantaggio.
L’identità non si eredita, se non la si costruisce non la si possiede. Non è tanto uno stato d’animo, una condizione psicologica, ancor più riguarda la produzione materiale e culturale: dire e fare, progettualità e attuazione di programmi. Esistono basi socio-culturali dello sviluppo, e lo sviluppo, a sua volta, elabora nuove forme di cultura e società.
Risulta quindi determinante, oggi, una politica che ponga il territorio come un luogo vissuto e come risorsa: un modo di abitare la Sardegna nella convinzione di essere operatori dinamici della propria crescita. È nel territorio che si realizzano le attività lavorative e produttive: il tessuto territoriale dell’isola nell’integrazione di pastorizia e agricoltura, artigianato e piccola industria, valorizzazione dell’ambiente, specifica caratterizzazione turistica. È la base territoriale a richiedere la partecipazione di tutti, la partecipazione dal basso nelle scelte, nelle decisioni, nel controllo, secondo il principio di sussidiarietà tra zone interne e costiere-urbane: il vero sviluppo è solidale. Ancora oggi è piuttosto debole la coscienza di una progettualità capace di costruire un’idea di Sardegna: come elaborare la formazione di sistemi istituzionali, economici e culturali specifici, proprio per inserirsi nella molteplicità delle ambientazioni economiche, culturali e linguistiche continuamente rielaborate in nuovi contesti, per misurarsi positivamente nella comunicazione globale. Non sono i modelli esterni a salvarci, non sono i messaggi ideologici o gli slogan alla moda a costruire il nostro progetto di reale progresso. Può essere utile ricordare il motto di Antonio Pigliaru: furat chie venit dae su mare, da intendere non come chiusura ma come fede e speranza di autodeterminazione.
Bachisio Bandinu
La questione fondamentale è oggi in Sardegna la necessità di una coscienza identitaria politica, economica, ambientale. Identità che non possediamo e che bisogna costruire come base fondamentale della crescita a nostro vantaggio.
L’identità non si eredita, se non la si costruisce non la si possiede. Non è tanto uno stato d’animo, una condizione psicologica, ancor più riguarda la produzione materiale e culturale: dire e fare, progettualità e attuazione di programmi. Esistono basi socio-culturali dello sviluppo, e lo sviluppo, a sua volta, elabora nuove forme di cultura e società.
Risulta quindi determinante, oggi, una politica che ponga il territorio come un luogo vissuto e come risorsa: un modo di abitare la Sardegna nella convinzione di essere operatori dinamici della propria crescita. È nel territorio che si realizzano le attività lavorative e produttive: il tessuto territoriale dell’isola nell’integrazione di pastorizia e agricoltura, artigianato e piccola industria, valorizzazione dell’ambiente, specifica caratterizzazione turistica. È la base territoriale a richiedere la partecipazione di tutti, la partecipazione dal basso nelle scelte, nelle decisioni, nel controllo, secondo il principio di sussidiarietà tra zone interne e costiere-urbane: il vero sviluppo è solidale. Ancora oggi è piuttosto debole la coscienza di una progettualità capace di costruire un’idea di Sardegna: come elaborare la formazione di sistemi istituzionali, economici e culturali specifici, proprio per inserirsi nella molteplicità delle ambientazioni economiche, culturali e linguistiche continuamente rielaborate in nuovi contesti, per misurarsi positivamente nella comunicazione globale. Non sono i modelli esterni a salvarci, non sono i messaggi ideologici o gli slogan alla moda a costruire il nostro progetto di reale progresso. Può essere utile ricordare il motto di Antonio Pigliaru: furat chie venit dae su mare, da intendere non come chiusura ma come fede e speranza di autodeterminazione.
Bachisio Bandinu
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