Il guardiano del faro di Santa Teresa, il signore della lanterna che guida le navi nel buio

Battista Varsi fa questo lavoro da 19 anni: «Per me è come un figlio. Sono un privilegiato. Basta guardarsi intorno per capire che questo è un paradiso»

INVIATA A SANTA TERESA. Sentinella bianca dal cuore di luce. E un cervello elettronico che a distanza accende il suo occhio intermittente al tramonto guidando le navi nel buio. Ma il faro di Capo Testa ha anche un’anima umana. La tecnologia non può sostituire le mani laboriose di chi si prende cura di lui tutti i giorni, con l’amore di un padre. Battista Varsi è il guardiano del faro. Il linguaggio moderno della burocrazia ha provato a sterilizzare dalle emozioni questo mestiere. La nuova definizione è coadiutore nautico. Quasi a voler cancellare quell’ aura romantica che da secoli accompagna il lavoro del farista. Ma Varsi resta un custode premuroso dell’edificio che guarda le Bocche di Bonifacio da 23 metri di altezza. Il faro per lui è un figlio. Quando se ne allontana rimane in ansia come un genitore. Potrebbe avere dei problemi o spegnersi proprio il giorno in cui lui non c’è. La lanterna, controllata a distanza, in caso di anomalie invia una mail direttamente sul suo cellulare. Se il mattino Varsi non ha ricevuto nessuna comunicazione significa che di notte tutto è andato bene. A quel punto può tirare un sospiro di sollievo.



Occhi di mare, sguardo severo che diventa gentile non appena comincia a raccontare della sua vita dentro il faro. Cominciata il primo novembre del 2000 quando l’edificio costruito nel 1845 sul promontorio di Capo Testa diventa la sua casa. Radici maddalenine e vita teresina, da dipendente civile della Marina militare per MariSardegna, alla Maddalena, entra a MariFari. Da operaio a farista. Un cambio di qualifica e di vita. «Il vecchio guardiano era andato in pensione. Ho presentato domanda e sono stato preso – racconta –. Ma prima sono stato mandato nel faro di Punta Maestra, sulla foce del Po, per due anni». Varsi prepara le valigie e si trasferisce sull’isolotto. «Si può raggiungere solo in barca – spiega –. Con venti minuti di navigazione, per lo più nella nebbia. C’erano altri faristi nell’edificio, ma eravamo completamente isolati». Dopo due anni ottiene il trasferimento. «Non ho cominciato a fare questo lavoro per passione – dichiara con candore –. Quella è arrivata dopo. Vivo qui con mia moglie e mio figlio di 15 anni e sono un privilegiato. Basta guardarsi intorno per capire che questo è un paradiso. Dieci minuti in macchina e sono in paese. E poi chi sta meglio di me? Sono comandante, sottordine, operaio e manutentore. Lo so che molti si immaginano il guardiano del faro con la barba, la pipa, burbero e ruvido nei modi. Quasi un eremita. Invece il farista di oggi è moderno. Uso il cellulare e il computer». Ogni giorno Varsi sale in cima al faro. 90 scalini di ardesia prima di arrivare alla lanterna che custodisce la luce. Tre lampi in 12 secondi. Un segnale silenzioso ma rassicurante per i navigatori. Per chi arriva da Porto Torres è il primo faro che si vede. Seguono Pertusato e Razzoli. Una poco poetica cassettina di metallo racchiude il cervello elettronico della lanterna. Sistema automatico controllo fari, si legge in una scritta digitale. Un meccanismo informatico comanda il segnale luminoso da MariFari La Maddalena e dal supporto logistico della Spezia. Varsi si occupa della manutenzione generale dell’edificio, del funzionamento del faro e di cambiare la lampadina. Una semplicissima lampadina da 1000 watt. Che si brucia una volta al mese. «Prima c’era una lampada con doppio filamento. Bellissima, tedesca – ricorda con nostalgia –. Se ne bruciava uno ed entrava in funzione l’altro. Durava un anno ma era costosa. Per questo motivo è stata sostituita».



In cima al faro batte il suo cuore di luce. Un sistema di lenti e prismi di cristallo amplifica il fascio luminoso della lampadina dandole profondità. Gli occhiolini di Capo Testa si vedono da una distanza di 17 miglia. In caso di avaria della luce principale ne entra in funzione una di riserva che ha una portata di 12 miglia. All’interno della cupola del faro la temperatura cuoce la testa. «Cerco di fare i lavori di manutenzione nei periodi freschi – spiega Varsi –. In cima è come stare dentro una serra. Nel resto del faro invece le temperature sono fresche. È tutto di granito». Varsi sale una volta al giorno. «Quando faccio lavori di manutenzione più di una. La prima porto il materiale, poi dimentico qualcosa e quindi riscendi e risali – ride –. Così mi mantengo anche in forma».

Da lassù si vede solo bellezza. Scogliere di granito dal fascino selvaggio. Il mare dipinto dalla natura con tutte le tonalità di azzurro. Le rocce bianche di Bonifacio che sembrano vicinissime. «Non ci si abitua mai a un panorama così – afferma Varsi guardando oltre i vetri –. Capo Testa è a giusta ragione uno dei luoghi più visitati della Sardegna. C’è sempre qualcuno che viene qui, in tutte le stagioni. Ho girato tanti posti, ma credo che Santa Teresa e La Maddalena siano i posti più belli in assoluto. Più alcuni angoli del sud della Corsica. Ogni tanto penso a quando smetterò di fare questo lavoro e dovrà andare via. Questo faro è un pezzo della mia vita. È come un figlio». E verso di lui ha le attenzioni e le preoccupazioni di un padre. Soprattutto quando lo lascia solo. «Prima di andare in ferie sostituisco la lampadina – confessa –. Non vorrei mai che si spegnesse quando non ci sono. Ho sempre paura che possa succedere qualcosa. In quel caso però Lui mi manda una mail. Quando il mattino controllo e vedo che la posta è vuota, tiro un sospiro di sollievo. Significa che è andato tutto bene». Il faro di Capo Testa resta un gioiello della Marina militare italiana. Mentre i suoi fratelli cambiano pelle, diventano hotel e ristoranti, mantiene intatta storia e identità. «Il faro è un elemento della costa come una roccia, non è solo una costruzione – conclude Varsi –. È un patrimonio di valore inestimabile. Vedo che molti fari vengono ceduti ai privati. Certo, fanno interventi di alto livello, ma non sono più fari. Perdono la loro identità. Sono solo business. Smettono di essere un bene di tutti per diventare un privilegio di pochi».
 

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