Più povera e più anziana, la Sardegna con il fiato corto

Occupati in aumento ma la maggior parte sono precari. Natalità: è buio fitto

SASSARI. Il quadro clinico è quello di un ammalato che fa fatica a riprendersi, tra momentanee guarigioni e frequenti ricadute. L’economia della Sardegna va avanti con deboli sussulti e zone d’ombra che non riesce a cancellare. Il risultato è una crescita complessiva buona nel 2018 – 1,2%, terza tra le Regioni del Mezzogiorno – ma inferiore di mezzo punto rispetto al 2017. E un Pil pro capite sempre più lontano dalla soglia media europea, al punto da valere la retrocessione tra le regioni più povere e dunque inserite nell’Obiettivo 1 nell’ambito delle politiche comunitarie. Una sconfitta, per i più pessimisti. Una chance invece per i più ottimisti, che nella bocciatura vedono il lato positivo cioé la pioggia di fondi che arriverà dall’Europa dal 2020 e per i prossimi 7 anni: 60 miliardi, di cui il 70% destinato alle 7 regioni più povere. Ora la vera sfida sarà usare queste risorse con lungimiranza. E sinora, alla voce investimenti e scelte strategiche, la Sardegna come le altre regioni del Sud ha brillato poco. A dirlo è il rapporto Svimez, l’associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno che traccia un quadro allarmante ma allo stesso tempo incoraggiante: il Sud d’Italia ha la forza per risollevarsi e la Sardegna un grande potenziale per emergere. Ma servono coraggio e misure forti. Tra le quali non rientra il Reddito di cittadinanza, che sul mercato del lavoro e povertà ha avuto impatto zero.

L’isola arranca. Crescono gli occupati, nel 2018 la Sardegna è una delle regioni del centrosud con le percentuali maggiori. Ma si tratta quasi sempre di contratti a tempo determinato e a bassa retribuzione che di fatto non incidono nella situazione generale di povertà. L’isola non riesce – più di altre regioni – a scrollarsi di dosso il peso di una crisi economica che negli ultimi 10 anni l’ha tramortita. Infatti sul numero totale degli occupati c’è ancora un ritardo del 3,3% rispetto al 2008. In questo contesto si è inserita la misura del Reddito di cittadinanza, quella che secondo il ministro Di Maio avrebbe cancellato la povertà. In Sardegna ci sono state poco più di 61mila richieste, il 68,5% delle quali è stato accolto, coinvolgendo una platea di 90mila persone. Abbastanza elevato l’importo medio erogato nell’isola: 461,63 euro, conferma dei redditi molto bassi dei richiedenti e dei loro nuclei familiari. Ma dice il rapporto Svimez, nulla è cambiato, in Sardegna come nel resto d’Italia: la povertà è rimasta e l’impatto sul mercato del lavoro è stato nullo, con la percentuale di disoccupati calata a livello nazionale di appena mezzo punto. La sensazione è che l’assegno mensile abbia rallentato la ricerca di occupazione da parte dei beneficiari mentre la figura dei navigator, a lora volta precari che dovrebbero aiutare i disoccupati, per il momento non decolla. Molto meglio sarebbe stato secondo lo Svimez potenziare il Rei, reddito d’inclusione, per il quale la Sardegna aveva fatto da apripista, e utilizzare le risorse extra stanziate in bilancio per creare un sistema integrato di servizi per le fasce più deboli della popolazione, attraverso interventi mirati per contrastare l’abbandono scolastico, integrare i servizi socio-sanitari (asili nido, strutture per anziani) oggi carenti e rafforzare le politiche attive del lavoro.

Il calo delle nascite. Lo certifica anche lo Svimez: in Sardegna non nascono più bambini, l’indice è 1,07 figli per coppia. E nel rapporto tra tasso natalità e tasso mortalità, vince nettamente il secondo: il tasso di (de)crescita naturale è -4,2. Significa che tra circa 45 anni, nel 2065, la popolazione si ridurrà di circa 500mila unità, quasi un terzo rispetto all’attuale. E mancheranno soprattutto i giovani: il 28% dei laureati scappa per trovare un lavoro al centro nord.

Zero infrastrutture. È una delle zone d’ombra più gravi. È il basso indice di infrastrutturazione tra le regioni europee: la Sardegna è 225esima tra 263, l’ultima in Italia. Poche infrastrutture e pochi investimenti – vedi macchinari e strumenti tecnologici – per fare crescere le imprese. Così si spiega la fuga dei giovani e la scarsa competitività delle aziende. C’è una luce, quella verde della green economy: il fermento c’è e i casi positivi non mancano. Una luce debole che può brillare. Ma per questo servono risorse e idee vincenti.

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