[NERO]QUEL CROLLO CHE CAMBIÒ IL MONDO
ioia e picconate, abbracci e idranti, sbarre che si alzano e fiumane di vessati che sfociano nella libertà, l'euforico stordimento prodotto dall'onda d'urto del treno della Storia quando passa...
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ioia e picconate, abbracci e idranti, sbarre che si alzano e fiumane di vessati che sfociano nella libertà, l'euforico stordimento prodotto dall'onda d'urto del treno della Storia quando passa sferragliando e fischiando così sonoramente da rendere impossibile non accorgersene: la notte della caduta del Muro di Berlino 30 anni fa fu memorabile e l'aggettivo «storica» è quasi riduttivo.
Il simbolo temporale della fine della Cortina di ferro, del mondo diviso in due blocchi atomici, della riunificazione della Germania era stato preparato e preannunciato dalle fughe estive di tedeschi orientali attraverso Ungheria e Cecoslovacchia. Ma anche, il 18 ottobre, dalle dimissioni del leader della Ddr, Erich Honecker.
Quella notte cominciò poco prima delle 19 con la conferenza stampa del portavoce del governo della Ddr, Guenter Schabowski, in cui l'allora corrispondente dell'Ansa a Berlino est, Riccardo Ehrman, con una sua domanda ne innescò altre che poi portarono all'annuncio: in pratica, si poteva oltrepassare il Muro.
La diretta tv che inquadrava Ehrman seduto ai piedi del tavolone da cui parlava Schabowski spinse decine di migliaia di berlinesi dell'est verso i posti di frontiera fra le due parti della città. Le guardie, colte di sorpresa da un afflusso così massiccio, chiesero ordini su come comportarsi, ma comunque alzarono le sbarre bianche e rosse permettendo a tutti di passare senza controlli: una resistenza senza equipaggiamenti anti-sommossa, del resto, era tecnicamente impossibile o sanguinosamente inutile.
All'inizio ci fu stupore e incredulità per la beffa ai Vopos, gli agenti della «Polizia del popolo» che per quasi 30 anni avevano sparato contro chiunque tentasse di scavalcare il Muro e che si erano resi responsabili più o meno direttamente della morte di almeno 140 fuggiaschi.
Poi, per tutta la notte, solo festa per il flusso di tedeschi dell'est accolto dagli applausi di tanti concittadini dell'ovest: si urla «libertà» e ci si abbraccia, anche fra parenti costretti a vivere divisi per decenni. Giovani - giovane era gran parte di chi si mosse quella notte - che vedono luoghi di cui avevano solo sentito parlare dagli anziani, come l'elegante viale Ku'damm. Si stappano bottiglie, si accendono fiaccole, si sventolano bandiere della Germania e copie di un tabloid che annunciava «Berlino è di nuovo Berlino».
Ma l'iconografia scolpita nelle menti è fatta anche dai ragazzi che si arrampicano sul Muro; dal piccone che solleva solo polvere dalla granitica e affollata sommità della barriera; dal lavorio di martelli grandi e piccoli dei primissimi «Mauerspechte», i picchi del Muro. In tre giorni, due milioni di persone passarono il confine sancendo la fine di un mondo. E di un'epoca.
«Il muro era come una macchina del tempo. Si passava Checkpoint Charlie e si piombava nel passato, negli Anni Cinquanta. Meno luci, niente insegne, anche l'aria aveva un altro odore, impestata dalle Trabant, simbolo dell'industria nella DDR», ha rievocato Roberto Giardina, giornalista e scrittore testimone dell’epoca.
Il simbolo temporale della fine della Cortina di ferro, del mondo diviso in due blocchi atomici, della riunificazione della Germania era stato preparato e preannunciato dalle fughe estive di tedeschi orientali attraverso Ungheria e Cecoslovacchia. Ma anche, il 18 ottobre, dalle dimissioni del leader della Ddr, Erich Honecker.
Quella notte cominciò poco prima delle 19 con la conferenza stampa del portavoce del governo della Ddr, Guenter Schabowski, in cui l'allora corrispondente dell'Ansa a Berlino est, Riccardo Ehrman, con una sua domanda ne innescò altre che poi portarono all'annuncio: in pratica, si poteva oltrepassare il Muro.
La diretta tv che inquadrava Ehrman seduto ai piedi del tavolone da cui parlava Schabowski spinse decine di migliaia di berlinesi dell'est verso i posti di frontiera fra le due parti della città. Le guardie, colte di sorpresa da un afflusso così massiccio, chiesero ordini su come comportarsi, ma comunque alzarono le sbarre bianche e rosse permettendo a tutti di passare senza controlli: una resistenza senza equipaggiamenti anti-sommossa, del resto, era tecnicamente impossibile o sanguinosamente inutile.
All'inizio ci fu stupore e incredulità per la beffa ai Vopos, gli agenti della «Polizia del popolo» che per quasi 30 anni avevano sparato contro chiunque tentasse di scavalcare il Muro e che si erano resi responsabili più o meno direttamente della morte di almeno 140 fuggiaschi.
Poi, per tutta la notte, solo festa per il flusso di tedeschi dell'est accolto dagli applausi di tanti concittadini dell'ovest: si urla «libertà» e ci si abbraccia, anche fra parenti costretti a vivere divisi per decenni. Giovani - giovane era gran parte di chi si mosse quella notte - che vedono luoghi di cui avevano solo sentito parlare dagli anziani, come l'elegante viale Ku'damm. Si stappano bottiglie, si accendono fiaccole, si sventolano bandiere della Germania e copie di un tabloid che annunciava «Berlino è di nuovo Berlino».
Ma l'iconografia scolpita nelle menti è fatta anche dai ragazzi che si arrampicano sul Muro; dal piccone che solleva solo polvere dalla granitica e affollata sommità della barriera; dal lavorio di martelli grandi e piccoli dei primissimi «Mauerspechte», i picchi del Muro. In tre giorni, due milioni di persone passarono il confine sancendo la fine di un mondo. E di un'epoca.
«Il muro era come una macchina del tempo. Si passava Checkpoint Charlie e si piombava nel passato, negli Anni Cinquanta. Meno luci, niente insegne, anche l'aria aveva un altro odore, impestata dalle Trabant, simbolo dell'industria nella DDR», ha rievocato Roberto Giardina, giornalista e scrittore testimone dell’epoca.
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