Il partigiano Nino, 96 anni: in Senato la mia vita da film

Il cagliaritano Garau è un eroe della Resistenza: era lui il “Comandante Geppe” Oggi a Palazzo Madama viene presentato un documentario sulla sua storia 

CAGLIARI. Uomo di guerra e pace. E, per scomodare un altro pilastro della letteratura, anche uno, nessuno e centomila. Uno, Nino Garau, nato a Cagliari, zona via Mazzini, piazza Martiri, novantasei anni fa. Nessuno, perché durante la lotta partigiana aveva persino cambiato identità, si faceva passare per un inesistente Giovanni Ligas. Lui, studente universitario di Giurisprudenza, era diventato, ma solo per giustificare i suoi movimenti nella zona di lotta, perito chimico. Centomila perché era il comandante Geppe, ma rappresentava non solo i partigiani, ma tutti quelli che in Italia cercavano di liberarsi da nazisti e fascisti. Un eroe della Resistenza che, tornato a Cagliari dopo le lotte nel Modenese e la liberazione, coordinata da lui, del paese di Spilamberto, per anni è rimasto in silenzio.

Memoria congelata. «Quando tornai a Cagliari – racconta – dopo un po' evitai di dire che avevo fatto il partigiano, anche i compagni di università mi vedevano come un burattino comandato dalle sinistre. Allora smisi di occuparmi di politica. Molti ignoravano quello che era successo per portare la libertà: per diventare segretario generale alla Regione, mi sono dovuto astenere da qualsiasi pronunciamento». Una memoria della Resistenza congelata dal 1949 (anno della sua assunzione in Consiglio regionale) sino al 2005 (anno di conferimento della cittadinanza onoraria e delle chiavi della città di Spilamberto, cittadina in provincia di Modena che lui alla guida della brigata “Casalgrandi” ha liberato prima dell'arrivo degli alleati il 23 aprile del 1945).



I semi della libertà. Occhi e mente vispi, anche a 96 anni. Ora invece parla. Perché la verità deve venire fuori. E per piantare dei semi. «Che possano fiorire – racconta – e portare verso la libertà». Perché la libertà, se non si ricordano i tempi in cui era negata, forse non si apprezza. Nelle sue memorie ricorda un giovane di Cagliari che, davanti a un ritratto di Mussolini, aveva detto una battuta: «Ma guarda, bello grasso lui, e noi morendo di fame ci tocca mangiare un pezzo di pane al giorno». La frase era stata sentita dal figlio del maresciallo dei carabinieri di Castello – racconta Garau – che riferì l'episodio al padre. Il ragazzo fu arrestato e portato in carcere a Roma. «No – dice – non ho paura che il fascismo ritorni: i veri fascisti sono tutti morti. Ora c'è questa tendenza a portarsi a destra, per catturare gli elettori».

A Palazzo Madama. Oggi è un giorno molto importante: viene presentato in Senato il film documentario sulla storia di Garau-comandante Geppe. In 62 minuti c'è la sua storia. Il suo 8 settembre dopo la fuga degli ufficiali dall'Accademia aeronautica di Caserta, l'avvicinamento alle forze antifasciste del Modenese, la formazione della Brigata, le azioni contro i tedeschi, la cattura, le torture e la prigionia, la fuga dal carcere di Verona, il ritorno a Spilamberto, la liberazione del paese e la sua delusione dopo il rientro a Cagliari. Dove, accusato ingiustamente da fonte anonima di un omicidio di un fascista avvenuto in Emilia Romagna (e poi prosciolto integralmente perché non aveva commesso il fatto), fu arrestato e rinchiuso a Buoncammino. Un saggio del giornalista-studioso Walter Falgio, poi, ricostruisce la figura di Nino-partigiano attraverso la ricerca storica, confermando l'attendibilità e il rigore della narrazione di Garau attraverso la comparazione con più fonti edite e d'archivio. Giornata importante perché, con tutto quello che ha fatto Garau, arrivò, nel 1969, solo una medaglia di bronzo. Che quasi Geppe stava per rifiutare. Troppo poco.

I segni sulla pelle. Ora il Comune di Spilamberto e l’Issasco (l’Istituto sardo per la storia dell'antifascismo, collegato alla rete nazionale “Parri”) hanno richiesto ufficialmente al governo la revisione dell'onorificenza. È questo potrebbe essere il giorno giusto per riparlarne. «Non sono io che chiedo il cambio di onorificenza – riflette con orgoglio Garau – ma le circostanze sono realtà: ho subìto torture per farmi parlare (ma non ha mai parlato, ndr) con conseguenze che mi sono portato dietro tutta la vita, avevo i piedi completamente bruciati. Poi le azioni. E la liberazione di Spilamberto: lì sfruttai l’esperienza all'Accademia. I tedeschi cominciarono i bombardamenti e avanzavano. Io feci aggirare i reparti per portarli dietro la colonna tedesca per un assalto con i bazooka gettati dagli americani. Non si aspettavano questo attacco, sicuramente hanno pensato che fossimo gli Alleati. Allora accelerarono l'abbandono della zona e la ritirata».

Lotta partigiana. E alle persecuzioni razziali. Quando si parla della senatrice Liliana Segre, Garau ricorda episodi mai raccontati finora: «A Modena c'era una grande comunità di ebrei che grazie ai partigiani venivano portati ad Alessandria, da dove un'altra staffetta li portava in Svizzera. Il prete di Spilamberto dava una mano, avvisava gli interessati quando c'erano le partenze. Sapendo che non era fascista, gli misero accanto un viceparroco vicino ai fascisti». “Bella ciao” non lo scuote più di tanto: «Canzone molto orecchiabile, ma noi eravamo in una situazione da mettersi le mani nei capelli. C'era poco da cantare. Mi lascia indifferente, soprattutto dopo aver visto cose terribili e un compagno accanto con il cranio fracassato». “Bella ciao” oggi? «Cosa cantiamo? Mettiamoci a lavorare su cose concrete, progetti – dice – prima il dovere e i fatti, “Bella ciao” viene dopo». Garau uomo che ha fatto la guerra. Ma sempre uomo di pace: «La guerra per me è morte – questo il suo pensiero – sono antimilitarista. La madre di un soldato ucciso, anche se appartenente all'esercito che ha vinto, cosa pensa della guerra?»
 

WsStaticBoxes WsStaticBoxes