Oristano, il grande bluff dei palazzetti due strutture inutilizzabili
di Enrico Carta
Sono entrambi sbarrati: in quello vecchio piove, nel nuovo manca l’agibilità
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ORISTANO. I cento passi a Oristano sono quelli che separano il vecchio e il nuovo. In mezzo c’è una sorta di muretto di Berlino di un paesone ingrandito ovvero una banalissima recinzione in metallo che separa il (de)cadente dal moderno. Ma anche quella barriera, al pari della ben più famosa tedesca, è crollata. È successo nell’anno del Signore 2019, quando ad accomunare i due palazzetti dello sport di Sa Rodia c’è il fatto che spesso siano inutilizzabili. Chiusi. Da un lato c’è la nuova costruzione costata sei milioni, finita qualche mese fa, inaugurata a settembre, ma ancora priva di agibilità e col futuro assai incerto perché ancora è un mistero il nome di chi la gestirà. Dall’altra parte, a un centinaio di metri di distanza, c’è invece il vecchio palasport, quello che, negli anni ’70 del secolo scorso in piena Guerra fredda, conobbe la gloriosa serie B di basket targata Libertas e foraggiata dalla potentissima Democrazia Cristiana locale. È vecchio, con l’ultima ristrutturazione seria effettuata sul finire degli anni ’90. Oggi, al pari del nuovo, è anche chiuso ma lo è per motivi diversi. Non è una questione di agibilità, è solamente che dal tetto piove. Sulle tribune e sul campo. E siccome, dal cielo sopra Oristano vien copiosamente giù acqua da settimane, la società che ce l’ha in concessione, l’Azzurra Basket, è stata ripetutamente costretta a far saltare allenamenti e persino partite ufficiali.
Inaugurato e richiuso. A proposito di partite, il nuovo palazzetto da tremila posti ne ha ospitato ben quattro in due giorni per via di una concessione temporanea rilasciata, non senza qualche tentennamento e preoccupazione, dal Comune. Giusto lo spazio di ospitare i giganti della Dinamo nel torneo amichevole di inizio settembre, prima di serrare tutto nuovamente. E così l’altro gigante, quello pensato nel 2008 (giunta regionale di centro sinistra, giunta comunale Nonnis di centro destra) e costato sei milioni, è al momento una cattedrale nel deserto e senza carovane di pellegrini che smaniano dalla voglia di darsi al martirio per averlo in gestione.
Chi se lo prende? Il nodo cruciale è proprio questo. È grande, ha tremila posti, tantissime sale, si può utilizzare anche per manifestazioni non sportive, ma costa. Troppo. Una stima esatta non è stata ancora fatta e il Comune ha preso in mano la patata bollente della gestione solamente adesso. Pareva forse un peccato pensarci nel momento in cui i lavori erano in corso? Fatto sta che la macchina per trovare l’Atlante che se lo carichi sulle spalle e ovviamente riesca anche a farci dei soldini si è messa in moto proprio in questi giorni, per cui non sarà certo domani che le porte si riapriranno: prima ci sono da fare le valutazioni esatte dei costi, poi da studiare un piano per una gestione a lungo termine, quindi da bandire una gara e infine da assegnarne la gestione. Facendo dei conti in maniera grossolana, il costo annuale rischia di toccare i 100mila euro, cifra proibitiva per qualsiasi società sportiva locale. Che sia basket, volley o qualsiasi altra disciplina, chi opera in città non fa certo il bagno nei denari, ma è sempre costretto a contare anche i centesimi per far quadrare conti e bilanci da poche migliaia di euro.
I milioni spesi. Ben più ampio del budget delle società oristanesi era quello del finanziamento regionale destinato alla costruzione del palasport. L’idea è del 2008 e venne a Renato Soru, allora presidente della Regione. Voleva una struttura in grado di ospitare grandi eventi in ciascuna delle quattro province sarde e così la sua giunta andò a pescare i soldi nelle casse dell’Unione Europea. Li trovò per Oristano così come per Nuoro e Cagliari. Nel capoluogo isolano però la politica fu in grado di fare una virata tempestiva perché rimodulò il finanziamento e lo spalmò su varie strutture sportive che furono rimesse così a nuovo. Ciò non accadde a Oristano, anche perché Cagliari comunque il suo palazzetto per i grandi eventi ce l’aveva già. Nella città della sempre viva (a parole) Eleonora, la giunta Nonnis andò invece diritta verso la costruzione del mega palazzetto. Colori politici opposti, obiettivi allora comuni, ma non è che si iniziò subito a lavorare anche perché Renato Soru lasciò la poltrona di presidente della Regione rimpiazzato da Cappellacci. Intanto, prima della scadenza del mandato, anche la giunta Nonnis andò a casa e il finanziamento era sempre lì che ballava. Passò il commissario straordinario che diede un’ulteriore spinta al progetto e infine arrivò la giunta Tendas che fu chiamata a premere il bottone. Ci fu un tentativo nel 2014 dell’allora assessore allo Sport Peppino Marras di seguire l’esempio cagliaritano, ma non ebbe buon esito e così si è arrivati nel 2016 al via ai lavori che, al contrario delle abitudini locali, sono stati velocissimi.
E ora che si fa? L’estate scorsa la costruzione è terminata e finalmente tutti hanno potuto vederlo, mentre la città si divideva in chi sosteneva che l’opportunità dovesse essere colta al volo e chi invece riteneva che tutto questo, in un angolo di mondo come Oristano, non sarebbe mai servito. Passata l’ubriacatura delle schiacciate della Dinamo Sassari e dei suoi avversari, si è ritornati alla quotidianità. Luci esterne accese ogni notte per scoraggiare incursioni di malintenzionati, palloni che non rimbalzano neanche di fronte alle richieste di chi, col vecchio palasport impraticabile, chiedeva una deroga di qualche settimana per poter proseguire l’attività. Del resto, manca l’agibilità.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Inaugurato e richiuso. A proposito di partite, il nuovo palazzetto da tremila posti ne ha ospitato ben quattro in due giorni per via di una concessione temporanea rilasciata, non senza qualche tentennamento e preoccupazione, dal Comune. Giusto lo spazio di ospitare i giganti della Dinamo nel torneo amichevole di inizio settembre, prima di serrare tutto nuovamente. E così l’altro gigante, quello pensato nel 2008 (giunta regionale di centro sinistra, giunta comunale Nonnis di centro destra) e costato sei milioni, è al momento una cattedrale nel deserto e senza carovane di pellegrini che smaniano dalla voglia di darsi al martirio per averlo in gestione.
Chi se lo prende? Il nodo cruciale è proprio questo. È grande, ha tremila posti, tantissime sale, si può utilizzare anche per manifestazioni non sportive, ma costa. Troppo. Una stima esatta non è stata ancora fatta e il Comune ha preso in mano la patata bollente della gestione solamente adesso. Pareva forse un peccato pensarci nel momento in cui i lavori erano in corso? Fatto sta che la macchina per trovare l’Atlante che se lo carichi sulle spalle e ovviamente riesca anche a farci dei soldini si è messa in moto proprio in questi giorni, per cui non sarà certo domani che le porte si riapriranno: prima ci sono da fare le valutazioni esatte dei costi, poi da studiare un piano per una gestione a lungo termine, quindi da bandire una gara e infine da assegnarne la gestione. Facendo dei conti in maniera grossolana, il costo annuale rischia di toccare i 100mila euro, cifra proibitiva per qualsiasi società sportiva locale. Che sia basket, volley o qualsiasi altra disciplina, chi opera in città non fa certo il bagno nei denari, ma è sempre costretto a contare anche i centesimi per far quadrare conti e bilanci da poche migliaia di euro.
I milioni spesi. Ben più ampio del budget delle società oristanesi era quello del finanziamento regionale destinato alla costruzione del palasport. L’idea è del 2008 e venne a Renato Soru, allora presidente della Regione. Voleva una struttura in grado di ospitare grandi eventi in ciascuna delle quattro province sarde e così la sua giunta andò a pescare i soldi nelle casse dell’Unione Europea. Li trovò per Oristano così come per Nuoro e Cagliari. Nel capoluogo isolano però la politica fu in grado di fare una virata tempestiva perché rimodulò il finanziamento e lo spalmò su varie strutture sportive che furono rimesse così a nuovo. Ciò non accadde a Oristano, anche perché Cagliari comunque il suo palazzetto per i grandi eventi ce l’aveva già. Nella città della sempre viva (a parole) Eleonora, la giunta Nonnis andò invece diritta verso la costruzione del mega palazzetto. Colori politici opposti, obiettivi allora comuni, ma non è che si iniziò subito a lavorare anche perché Renato Soru lasciò la poltrona di presidente della Regione rimpiazzato da Cappellacci. Intanto, prima della scadenza del mandato, anche la giunta Nonnis andò a casa e il finanziamento era sempre lì che ballava. Passò il commissario straordinario che diede un’ulteriore spinta al progetto e infine arrivò la giunta Tendas che fu chiamata a premere il bottone. Ci fu un tentativo nel 2014 dell’allora assessore allo Sport Peppino Marras di seguire l’esempio cagliaritano, ma non ebbe buon esito e così si è arrivati nel 2016 al via ai lavori che, al contrario delle abitudini locali, sono stati velocissimi.
E ora che si fa? L’estate scorsa la costruzione è terminata e finalmente tutti hanno potuto vederlo, mentre la città si divideva in chi sosteneva che l’opportunità dovesse essere colta al volo e chi invece riteneva che tutto questo, in un angolo di mondo come Oristano, non sarebbe mai servito. Passata l’ubriacatura delle schiacciate della Dinamo Sassari e dei suoi avversari, si è ritornati alla quotidianità. Luci esterne accese ogni notte per scoraggiare incursioni di malintenzionati, palloni che non rimbalzano neanche di fronte alle richieste di chi, col vecchio palasport impraticabile, chiedeva una deroga di qualche settimana per poter proseguire l’attività. Del resto, manca l’agibilità.
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