Gergei, sfregio al ricordo delle vittime di mafia

Abbattute le sagome del Parco della memoria creato da Libera nella tenuta sequestrata alla malavita

GERGEI. Atto vandalico a Gergei nella tenuta di “Su Piroi” confiscata alla mafia. Una decina delle 1011 sagome alte circa 180 centimetri, installate nel “Parco della Memoria” a rappresentare altrettante vittime innocenti delle mafie, sono state divelte dai supporti e buttate giù. Sull’episodio, stigmatizzato da tanti e tra i primi dal sindaco Rossano Zedda, indagano i carabinieri della compagnia di Isili e della stazione di Gergei guidati dal capitano Elias Pasquale Ruiu e dal maresciallo Roberto Mauro.

Solo ieri mattina uno dei volontari ha scoperto quanto avvenuto tra il 2 e il 5 dicembre e ha subito informato Giampiero Farru, il referente di Libera Sardegna che ha realizzato il sito con la collaborazione del Centro servizi per il volontariato Sardegna Solidale. Il parco sarà inaugurato venerdi 13 dicembre alla presenza di don Luigi Ciotti, uno degli artefici di Libera che collega oltre 700 tra associazioni impegnate anche nel recupero di beni confiscati alla mafia.

«Le sagome saranno ripristinate prima del 13 – annuncia Farru – Non è la prima volta che il bene confiscato di “Su Piroi” subisce dei danneggiamenti. Anche stavolta li ripareremo, così come è sempre avvenuto in passato. I vandali sappiano che mai riusciranno a farci desistere dai nostri progetti». Il parco di “Su Piroi” è uno spazio unico in Italia, luogo che da anni è diventato un centro di incontro del volontariato. Grazie alla legge sul riutilizzo dei beni confiscati alle mafie si è trasformato in luogo di lavoro, di formazione, di cultura, di accoglienza e servizio e ogni estate ospita i campi di Libera. «Il “Parco della Memoria”– sottolinea Farru – ha il pregio di restituire visivamente e fisicamente il dramma di tante vite spezzate, il cui ricordo costituisce una forza data in eredità a coloro che vogliono combattere per la giustizia e la legalità. Come dice don Ciotti, abbiamo un debito di riconoscenza nei confronti di chi è stato assassinato e nei confronti delle loro famiglie. Sono morti ma sono ancora vivi perché le loro speranze devono camminare sulle nostre gambe. Dobbiamo essere noi più vivi, più veri, più coraggiosi per costruire ancora più vita».

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