Un contratto di filiera per tutelare il grano sardo

La concorrenza dei prodotti esteri alla base del calo di produzione dell’80% Il vice presidente Meloni: «Dobbiamo coinvolgere gli agricoltori e i trasformatori»

SAN VERO MILIS. Nei primi anni del 900 la Sardegna era la seconda regione italiana per coltivazione di grano duro, oggi è quasi agli ultimi posti. Un decremento dovuto a diversi fattori, a cominciare dal prezzo del prodotto troppo basso (20 euro a quintale), la concorrenza dei grani esteri importati in grosse quantità, il ricalcolo dei pagamenti stabiliti in ambito europeo (Pac). I numeri portati all’attenzione durante l’incontro promosso da Copagri sono impietosi e il rischio è che calino ancora.

Solo nel 2000 i piccoli produttori, gran parte dei quali hanno smesso di coltivare il grano, sono passati da 12 mila a 6 mila. «Negli ultimi quindici anni – ha detto Bruno Meloni, vice presidente Copagri –, nonostante in Sardegna il consumo delle farine o dei derivati del grano duro non sia diminuito, registriamo un calo di produzione dell’80%. I motivi che hanno determinato questa situazione, sono fondamentalmente tre: prezzo del grano troppo basso; concorrenza di grani duri esteri importati in grosse quantità; ricalcolo dei pagamenti determinati dall’Europa attraverso i Pac. Se consideriamo che un quintale di grano viene pagato, salvo eccezioni, 20 euro al quintale ci rendiamo conto che quella cifra non copre i costi di produzione. A questa situazione - prosegue Meloni - possiamo far fronte con il contratto di filiera. Uno strumento che coinvolge il produttore e il trasformatore primario e secondario (mulino, pastificio e forno) in un accordo che stabilisca un prezzo certo a tutti i settori coinvolti, in modo che il produttore abbia la sicurezza di una vendita certa fin dall’inizio del processo». Secondo Copagri si deve puntare sulla filiera sarda, valorizzando quello che abbiamo già, come le riconosciute qualità varietali del prodotto, visto che raggiungono i valori organolettici ottimali per la panificazione o per la trasformazione in pasta. «Le possibilità di utilizzare il nostro grano per trasformarlo in farine nei prodotti della tradizione, sono molteplici - osserva Meloni -. Ma per valorizzare al meglio la filiera sarda occorre prima di tutto trovare il sistema di garantire la produzione. E questo si può fare soltanto rendendo appetibile e remunerativa la coltivazione del nostro grano». «Il nostro grano - spiega Martino Muntoni, funzionario di Agris -, dalle prove eseguite con un progetto specifico studiato per la filiera specifica è ottimo. Pertanto, tecnicamente e tecnologicamente non c’è alcun problema a utilizzare il nostro grano per la produzione della pasta o del pane. In Sardegna il 99% della produzione è solo grano duro, adatto per la pastificazione. Il problema non è certo nella qualità del grano, bensì nei costi di produzione superiori a quelli degli altri paesi». «La nostra azienda, è aperta a tutti - dice Marco Dettori, ricercatore nell’azienda regionale di Ussana-, compresi i produttori e gli studenti delle facoltà di agraria. Nei primi anni 2000, grazie alla sperimentazione genetica, fatta sempre con procedimenti di selezione naturale, abbiamo diffuso in Sardegna la varietà di grano duro “Caralis” sfatando il mito che il grano duro sardo non andasse bene per la produzione di pregio di pane e di pasta».

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