Dal barcone alla laurea Mady: ora tornerò in Mali
di Giovanni Bua
Il 26enne sta per finire il corso di studi in Urbanistica: «L’Africa ha bisogno di noi» Il giovane è inserito nel progetto Sprar che il Comune di Sassari non ha rinnovato
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SASSARI. «Io voglio tornare a casa, a Gao, in Mali. Perché la guerra finirà, prima o poi. E bisognerà, di nuovo, rimettere insieme i pezzi. Per questo mi sto laureando in Urbanistica, e studio come un matto. Perché l’Africa ha bisogno di noi, e lì, tutti, abbiamo il dovere di tornare».
Ha uno sguardo fiero Mady Siranding Sissoko, appena velato da una tristezza profonda, che ricaccia giù deciso. Non è tempo di guardarsi indietro, di pensare alla sua famiglia, spazzata via dall’ennesima mattanza, iniziata come sempre per i maledetti giacimenti di petrolio, di cui la sua casa nel cuore dell’Africa occidentale è ricchissima. E per controllare i quali, negli ultimi trent’anni, le ex potenze coloniali (soprattutto la Francia) hanno soffiato sul fuoco di antiche divisioni tribali, etniche, religiose, scatenando sanguinosi conflitti. C’è solo da guardare avanti, con determinazione e furore. E portare all’incasso la “carta” arrivata in dono dal progetto Sprar, che Mady ha concluso un mese fa a Sassari, con in tasca una vicina laurea, una lingua ormai imparata, una borsa di studio per rifugiati del Ministero assegnata dalla Conferenza dei rettori, una grande voglia di ricominciare.
Un progetto che scadrà a giugno. E che il Comune, qualche giorno fa, ha deciso di non rinnovare per il prossimo triennio, nonostante in due anni e mezzo abbia aiutato 75 rifugiati come Mady, con risultati spesso eccezionali, e portato in città 1 milione e mezzo di fondi. «Non mi permetto di commentare decisioni prese in un luogo che con tanta generosità mi ospita – spiega lui – ma dico che, grazie al progetto, alle persone che hanno creduto in me, ora sono qui. In piedi, forte, utile. Spero che altri ragazzi africani possano avere la mia fortuna, e la sfruttino per cambiare le cose».
E questo 26enne coraggioso tante volte le cose ha provato a cambiarle. Nato nel piccolo villaggio rurale di Guénégoré, al confine con la Guinea, lì cresce con il padre, che fa il cuoco nella missione cattolica locale, la madre casalinga e il fratello maggiore. E proprio dentro quella scuola di frontiera Mady scopre la sua vocazione: lo studio. Appassionatissimo di matematica e storia, completa tutti i cicli di formazione, prende il diploma (che riuscirà a farsi riconoscere in Italia), e vince nel 2010 una borsa di studio per l’università statale di Economia. Si trasferisce in un campus nel nord del Paese, a seicento chilometri da casa. E scopre un mondo nuovo, di possibilità, di soldi che arrivano, e spariscono, di ingiustizie e corruzione. «Lì ho capito – racconta – che non potevo pensare solo a me, che dovevo fare qualcosa per la mia gente».
Mady ha il fuoco dentro, si avvicina al collettivo studentesco universitario, e in poco tempo diventa segretario nazionale. È sempre in prima linea nelle tante proteste che - con il veloce precipitare della situazione politica del paese – diventano sempre più numerose e violente. «Attaccavo i potenti – racconta – e denunciavo le ingiustizie. Da noi la regola è che bisogna stare zitti. E mi accorgevo che stavo dando fastidio alle persone sbagliate».
Nel 2012 la situazione degenera. Ed è di nuovo guerra civile. Mady è nella “parte sbagliata” del paese, ed è troppo in vista per il suo ruolo nell’università. Rimane ferito ad un piede durante alcuni scontri con la polizia, capisce che è il momento di tornare a casa. Ma anche a Gao l’aria è incandescente. E, durante una protesta per le strade della città che va avanti per giorni, suo padre e suo fratello vengono uccisi. La madre, ferita gravemente, morirà poco dopo. «Ero sicuro che avrebbero trovato il modo di uccidere anche me – ricorda glaciale – dovevo andare via. Ma ho giurato che sarei tornato. E non me lo dimentico».
Con l’aiuto di alcuni amici riesce a lasciare la città e, in poco meno di due settimane, arriva in Libia. Ci rimane per due anni e mezzo, lavorando come muratore nei tanti cantieri locali. Guadagna bene, risparmia con l’obiettivo di tornare il prima possibile a Gao, studia, come sempre. Ma capisce che non potrà andare avanti a lungo: «Con il mio gruppo subivamo continue violenze, rapine, assalti e aggressioni da parte dei tanti gruppi di miliziani, che tormentano e vessano tutti i lavoratori occasionali che passano per la Libia. Il rischio era altissimo, e la situazione peggiorava ogni giorno. Il problema è che in Libia è facile entrare ma molto, molto difficile uscire. Volevo tornare in Mali, a casa mia, ma l’Italia era più vicina. Dovevo andare via in fretta, per non morire come tanti miei amici. E sono partito».
Il viaggio è meno drammatico di altri, una piccola barca, il mare buono. E il 2 settembre del 2016 Mady sbarca a Cagliari, viene identificato e mandato al Cas di via Planargia a Sassari, e, dopo due anni di attesa, inserito nel progetto Sprar “Fallu badda” nel settembre 2018, che gli trova un appartamento, e insieme a lui organizza un percorso di vita. «Mi sono subito trovato bene a Sassari – spiega – non è troppo grande, le persone sono gentili. E poi c’è l’università. Ho potuto riprendere a studiare, la mia passione, la mia unica concreta possibilità di cambiare le cose».
Inizia con Economia, grazie al titolo che riesce a far convalidare in Italia, ma poi si innamora dell’Urbanistica, al Dadu. «Ho scoperto la pianificazione, una disciplina che a casa mia non esiste. Quando ci sarà da ricostruire tutto serviranno competenze come quelle che sto acquisendo. Mi manca poco alla laurea e, grazie alla borsa di studio ministeriale e agli aiuti che ho ricevuto dal progetto Sprar, economici ma soprattutto umani, sono sicuro di portare a termine il mio compito, la mia missione». «Non commento decisioni che chi mi ospita con tanta generosità prende – chiude di colpo serissimo – ma a Sassari, all’Italia, all’Europa ricordo che quella che va via dall’Africa è spesso la sua migliore gioventù, che si lascia alle spalle casa, famiglia, affetti. Non perché fugge, ma perché vuole tornare più forte, essere davvero in grado di costruire un futuro migliore. Non servono i soldi che mandate lì, preda di una classe dirigente corrotta che si arricchisce a dismisura. Non servono interferenze politiche, che già fanno troppi danni. Serve un posto sicuro, dove incollare insieme i pezzi, imparare nuove cose. Per poi mettersi di nuovo in viaggio, questa volta verso casa, con al posto della rabbia tanta gratitudine e fierezza nel cuore».
Ha uno sguardo fiero Mady Siranding Sissoko, appena velato da una tristezza profonda, che ricaccia giù deciso. Non è tempo di guardarsi indietro, di pensare alla sua famiglia, spazzata via dall’ennesima mattanza, iniziata come sempre per i maledetti giacimenti di petrolio, di cui la sua casa nel cuore dell’Africa occidentale è ricchissima. E per controllare i quali, negli ultimi trent’anni, le ex potenze coloniali (soprattutto la Francia) hanno soffiato sul fuoco di antiche divisioni tribali, etniche, religiose, scatenando sanguinosi conflitti. C’è solo da guardare avanti, con determinazione e furore. E portare all’incasso la “carta” arrivata in dono dal progetto Sprar, che Mady ha concluso un mese fa a Sassari, con in tasca una vicina laurea, una lingua ormai imparata, una borsa di studio per rifugiati del Ministero assegnata dalla Conferenza dei rettori, una grande voglia di ricominciare.
Un progetto che scadrà a giugno. E che il Comune, qualche giorno fa, ha deciso di non rinnovare per il prossimo triennio, nonostante in due anni e mezzo abbia aiutato 75 rifugiati come Mady, con risultati spesso eccezionali, e portato in città 1 milione e mezzo di fondi. «Non mi permetto di commentare decisioni prese in un luogo che con tanta generosità mi ospita – spiega lui – ma dico che, grazie al progetto, alle persone che hanno creduto in me, ora sono qui. In piedi, forte, utile. Spero che altri ragazzi africani possano avere la mia fortuna, e la sfruttino per cambiare le cose».
E questo 26enne coraggioso tante volte le cose ha provato a cambiarle. Nato nel piccolo villaggio rurale di Guénégoré, al confine con la Guinea, lì cresce con il padre, che fa il cuoco nella missione cattolica locale, la madre casalinga e il fratello maggiore. E proprio dentro quella scuola di frontiera Mady scopre la sua vocazione: lo studio. Appassionatissimo di matematica e storia, completa tutti i cicli di formazione, prende il diploma (che riuscirà a farsi riconoscere in Italia), e vince nel 2010 una borsa di studio per l’università statale di Economia. Si trasferisce in un campus nel nord del Paese, a seicento chilometri da casa. E scopre un mondo nuovo, di possibilità, di soldi che arrivano, e spariscono, di ingiustizie e corruzione. «Lì ho capito – racconta – che non potevo pensare solo a me, che dovevo fare qualcosa per la mia gente».
Mady ha il fuoco dentro, si avvicina al collettivo studentesco universitario, e in poco tempo diventa segretario nazionale. È sempre in prima linea nelle tante proteste che - con il veloce precipitare della situazione politica del paese – diventano sempre più numerose e violente. «Attaccavo i potenti – racconta – e denunciavo le ingiustizie. Da noi la regola è che bisogna stare zitti. E mi accorgevo che stavo dando fastidio alle persone sbagliate».
Nel 2012 la situazione degenera. Ed è di nuovo guerra civile. Mady è nella “parte sbagliata” del paese, ed è troppo in vista per il suo ruolo nell’università. Rimane ferito ad un piede durante alcuni scontri con la polizia, capisce che è il momento di tornare a casa. Ma anche a Gao l’aria è incandescente. E, durante una protesta per le strade della città che va avanti per giorni, suo padre e suo fratello vengono uccisi. La madre, ferita gravemente, morirà poco dopo. «Ero sicuro che avrebbero trovato il modo di uccidere anche me – ricorda glaciale – dovevo andare via. Ma ho giurato che sarei tornato. E non me lo dimentico».
Con l’aiuto di alcuni amici riesce a lasciare la città e, in poco meno di due settimane, arriva in Libia. Ci rimane per due anni e mezzo, lavorando come muratore nei tanti cantieri locali. Guadagna bene, risparmia con l’obiettivo di tornare il prima possibile a Gao, studia, come sempre. Ma capisce che non potrà andare avanti a lungo: «Con il mio gruppo subivamo continue violenze, rapine, assalti e aggressioni da parte dei tanti gruppi di miliziani, che tormentano e vessano tutti i lavoratori occasionali che passano per la Libia. Il rischio era altissimo, e la situazione peggiorava ogni giorno. Il problema è che in Libia è facile entrare ma molto, molto difficile uscire. Volevo tornare in Mali, a casa mia, ma l’Italia era più vicina. Dovevo andare via in fretta, per non morire come tanti miei amici. E sono partito».
Il viaggio è meno drammatico di altri, una piccola barca, il mare buono. E il 2 settembre del 2016 Mady sbarca a Cagliari, viene identificato e mandato al Cas di via Planargia a Sassari, e, dopo due anni di attesa, inserito nel progetto Sprar “Fallu badda” nel settembre 2018, che gli trova un appartamento, e insieme a lui organizza un percorso di vita. «Mi sono subito trovato bene a Sassari – spiega – non è troppo grande, le persone sono gentili. E poi c’è l’università. Ho potuto riprendere a studiare, la mia passione, la mia unica concreta possibilità di cambiare le cose».
Inizia con Economia, grazie al titolo che riesce a far convalidare in Italia, ma poi si innamora dell’Urbanistica, al Dadu. «Ho scoperto la pianificazione, una disciplina che a casa mia non esiste. Quando ci sarà da ricostruire tutto serviranno competenze come quelle che sto acquisendo. Mi manca poco alla laurea e, grazie alla borsa di studio ministeriale e agli aiuti che ho ricevuto dal progetto Sprar, economici ma soprattutto umani, sono sicuro di portare a termine il mio compito, la mia missione». «Non commento decisioni che chi mi ospita con tanta generosità prende – chiude di colpo serissimo – ma a Sassari, all’Italia, all’Europa ricordo che quella che va via dall’Africa è spesso la sua migliore gioventù, che si lascia alle spalle casa, famiglia, affetti. Non perché fugge, ma perché vuole tornare più forte, essere davvero in grado di costruire un futuro migliore. Non servono i soldi che mandate lì, preda di una classe dirigente corrotta che si arricchisce a dismisura. Non servono interferenze politiche, che già fanno troppi danni. Serve un posto sicuro, dove incollare insieme i pezzi, imparare nuove cose. Per poi mettersi di nuovo in viaggio, questa volta verso casa, con al posto della rabbia tanta gratitudine e fierezza nel cuore».
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