Raccolta fondi per Paolo Palumbo: a Oristano almeno 4 indagati per truffa

La polizia postale: nel gruppo c’è una persona molto vicina al giovane malato di Sla

ORISTANO. Dalle armonie di Sanremo alle note stonate di una truffa. Finiti i giorni dei fiori e delle luci della ribalta, Paolo Palumbo, il giovane malato di Sla che dal palco del Festival aveva strappato applausi a mezza Italia, si ritrova immobile nel bel mezzo di un pasticcio legato alla raccolta di fondi organizzata quando cercava un pertugio che gli aprisse il varco della speranza. Voleva l’accesso alle cure sperimentali della terapia chiamata Brainstorm e gli serviva almeno mezzo milione per raggiungere Israele e iniziare un percorso che non fosse segnato solo dall’incedere dalla malattia. Invece quel cammino, che già aveva rallentato tantissimo qualche mese fa, nel momento in cui si era scoperto che i presunti contatti con le strutture e i dottori mai erano stati autorizzati dai protocolli medici ufficiali, ora rischia di interrompersi del tutto a quota 142mila e 227 euro.

L’indagine della polizia postale racconta infatti che chi ha orchestrato la truffa sarebbe una persona vicina, anzi vicinissima al ragazzo e alla famiglia Palumbo. Forse addirittura più che prossima. La raccolta di donazioni volontarie nella piattaforma Gofundme sembra quindi destinata a dissolversi nel nulla di fronte all’onda che sta per travolgerla, perché l’inchiesta coordinata dalla procura della Repubblica oristanese non porta verso paesi lontani come suggerivano alcuni invii di mail dei mesi scorsi, quelle dei contatti tra la famiglia e le strutture che avrebbero dovuto averlo in cura. Contatti che invece non ci sono mai stati, come denunciarono proprio i responsabili del Brainstorm. Fu quella pubblica smentita a convincere Rosario Palumbo, il fratello di Paolo, a presentare la querela che prefigurava un inganno di portata internazionale perpetrato ai danni di un giovane malato di Sla.

Ora però tutto ci riporta a pochi chilometri da Oristano, per la precisione a una cella telefonica che aggancia il segnale di quel cellulare che sarà l’elemento che tradisce gli autori del raggiro a molti zeri. Restano ancora da svelare i nomi di coloro che abbiano fatto il passo falso, perché dagli inquirenti non trapelano conferme riguardo ai sospetti che aleggiano sulla vicenda. E però i dubbi si fermano a questo punto. Il resto della storia sembra infatti ormai essere assodato.

Tutto inizia con una serie di scambi di posta elettronica tra la famiglia e la struttura israeliana con sponda e medici anche negli Stati Uniti. «Paolo è stato ammesso al protocollo», esulta il padre Marco dopo che persino la nunziatura apostolica ci aveva messo una buona parola su quella missione di speranza. Parte allora la raccolta dei fondi perché per arrivarci in Israele, per giunta in condizioni di salute non certo ottime, e per pagare poi le cure sperimentali servono parecchi soldi. Gofundme è però una calamita e attira le attenzioni e soprattutto le donazioni di tantissime persone. Si scomoda persino il Cagliari Calcio, ma il grosso lo fanno quelle centinaia di migliaia di persone che mettono mano al portafogli regalando alla missione “Aiutiamo Paolo” anche poche decine di euro. Talvolta appena cinque. Ma assieme ad altri cinque e cinque ancora, diventano un enormità.

Il contasoldi sullo schermo del computer viaggia a ritmi vertiginosi sino al momento in cui dai responsabili della terapia Brainstorm arriva la smentita sul fatto che Paolo Palumbo sia stato ammesso al protocollo. Le cose a quel punto precipitano e la prima mossa da fare è sporgere querela. Alla denuncia segue l’indagine che arriva alla svolta nel momento in cui si risale al luogo in cui è stata inviata una delle ultime mail: una cella telefonica di una zona che dista solo pochi chilometri da Oristano. Tutto sin lì aveva funzionato alla perfezione perché le mail venivano sempre inviate attraverso il sistema Tor che su internet permette di far rimbalzare i messaggi di posta elettronica senza che ci sia la possibilità di individuare il luogo preciso da cui la mail è partita. Poi però viene commesso quel passo falso che indirizza le indagini verso un luogo ben più prossimo del Lussemburgo, nazione in cui era stato registrato l’indirizzo mail. Il truffatore, meglio i truffatori, sono qui e non sembrano essere piovuti dal nulla all’interno di questa vicenda. La polizia postale è ora in grado di risalire al telefono che ha agganciato quella cella da cui parte il messaggio che smaschera il raggiro e i suoi autori. Di più, chi inviava le mail non conosceva l’inglese, ma si serviva con tutta probabilità di un traduttore linguistico Google. L’indagine è completa, manca solo l’ultimo passaggio ovvero quello dei nomi degli indagati, forse quattro, forse di più.

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