Francesco Olla: «Integrato in questa terra, l’Esercito è in prima linea»
di Gianni Bazzoni
Si racconta il generale che guida il Comando militare della Sardegna. La sua vita segnata da una tragedia: il fratello Silvio fu tra le vittime di Nassiriya
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SASSARI. I militari in Sardegna. Quanti sono e cosa fanno, dove vivono e qual è il livello di integrazione con la popolazione. Quanto vale in termini economici la presenza militare nell’Isola, le esercitazioni militari servono davvero e la Sardegna può reggere un impatto così forte? Ne abbiamo parlato con il generale di Brigata Francesco Olla, 52 anni di Sant’Antioco, una vita per l’Esercito segnata anche da una tragedia familiare: il fratello Silvio nel 2003 fu tra le vittime dell’attentato di Nassiriya. Dal 3 maggio del 2019 il generale Olla guida il Comando militare della Sardegna.
L’Esercito è una realtà importante per numero di occupati e per competenze assegnate. Quali sono i numeri sardi?
«Complessivamente in Sardegna prestano servizio circa 4500 soldati dell’Esercito, la maggior parte sono inquadrati nei ranghi della gloriosa Brigata Sassari. Se a questi aggiungiamo anche quelli delle altre forze armate sorelle, esclusi i carabinieri e la guardia di finanza, il numero complessivo arriva a circa 7000 unità. Si tratta di personale quasi tutto originario della Sardegna e tra coloro che non sono sardi tanti hanno scelto la nostra terra per viverci con la famiglia».
La presenza nei territori consente di testare la validità dei rapporti con la popolazione: qual è la situazione oggi?
«Direi che il rapporto con le comunità nelle quali le nostre basi sono integrate è ottimo. Il nostro personale, soprattutto da quando l’Esercito è stato professionalizzato, vive prevalentemente fuori dalle caserme, nei centri abitati limitrofi, dove sono parte integrante delle comunità nelle quali risiedono.
Sulle esercitazioni militari esistono pareri differenti sull’utilità e i pericoli. Dopo la Bentu Estu 2019, quali sono le conclusioni? Sono necessarie?
«Le esercitazioni militari non solo sono necessarie, ma sono essenziali e irrinunciabili. La nostra professione si basa sulla prontezza e sulla capacità di fornire risposte concrete al Paese in tempi estremamente ridotti. I nostri compiti istituzionali, derivanti dalle 4 missioni (difesa dello Stato; difesa degli spazi euro-atlantici ed euro-mediterranei; contributo alla realizzazione della pace e della sicurezza internazionali; concorsi alle forze dell’ordine e in caso di pubbliche calamità) che il Parlamento ci ha assegnato, non potrebbero essere svolti senza le esercitazioni, a meno di accettare rischi elevatissimi per il personale chiamato a operare, soprattutto nelle attività di stabilizzazione e sicurezza internazionale (le cosiddette “missioni di pace”) che svolgiamo nelle varie aree di crisi, senza le quali qualunque processo di pacificazione e ricostruzione non potrebbe realisticamente avviarsi.
Si riferisce agli interventi di Protezione civile?
«La “Bentu Estu 2019”, si inquadra in questo contesto, perché nelle situazioni di emergenza che il nostro Paese ha vissuto (non dimentichiamoci del ciclone Cleopatra che tanto dolore e danni ha provocato alla nostra terra) le forze armate e, in particolare, l’Esercito sono sempre in prima linea insieme a tutti gli altri assetti operativi della protezione civile. La “Bentu Estu”, che si ha intenzione di reiterare anche nel 2020, ha dimostrato che il poligono di Capo Teulada, con la tecnologia della simulazione di cui dispone, ha una spiccata caratteristica duale e quindi è una risorsa messa a disposizione anche delle altre componenti dello Stato per preparazione e addestramento, per il bene primario dei cittadini».
L’addestramento delle unità operative in cosa consiste? È utile per le missioni internazionali?
«L’addestramento è fondamentale per qualsiasi missione ed è il nostro pane quotidiano. La Dinamo Sassari o il Cagliari Calcio potrebbero conseguire gli straordinari risultati sportivi di oggi senza un duro allenamento quotidiano in palestra e sul campo? Credo di no. Analogamente senza un duro addestramento non potremmo assolvere le missioni che il Paese ci assegna, con la differenza che mentre in un incontro sportivo si può vincere o perdere, in operazione si può morire, come purtroppo è accaduto. L’addestramento, che proprio grazie ai poligoni e alle tecnologie che vi abbiamo installato consente di replicare realisticamente gli scenari operativi, è quindi l’attività che ci permette di aumentare il livello di sicurezza del nostro personale, la sua probabilità di sopravvivenza e, al contempo, di assolvere i compiti assegnatici riducendo al minimo il rischio di danni collaterali.
Tra le accuse degli antimilitaristi c’è quella che coloro che si addestrano e si preparano alle missioni sono degli esaltati. Chi sono gli uomini e le donne che scelgono l’Esercito? Cosa è cambiato rispetto al passato?
«Credo che chi fa simili affermazioni non abbia la più pallida idea del profilo degli uomini e delle donne che servono il Paese in uniforme. Sarebbe sufficiente guardarli negli occhi mentre si apprestano a uscire in pattuglia insieme ai commilitoni afghani o libanesi con i quali condividono rischi, fatiche e pericoli per capire il loro spessore e valore professionale e umano. Io c’ero e li ho visti, altri non so. Posso affermare con certezza che se in ambito internazionale si parla spesso dell’italian way to peacekeeping è proprio perché abbiamo un’innata capacità di rapportarci con gli altri e che è parte della nostra storia millenaria che altri Paesi non possono vantare».
Quindi?
«Stiamo parlando di professionisti che, prima ancora che soldati, sono persone che hanno sentimenti, famiglie, affetti e l’unico momento in cui si esaltano davvero è quando, dopo le fatiche di circa sei mesi di missione, possono riabbracciare i loro cari, consapevoli di aver svolto in pieno il loro dovere. Anche in passato siamo stati chiamati a operare fuori dalle caserme, ma era un Esercito di leva stanziale con compiti limitati e calibrati alle capacità operative che un giovane soldato poteva esprimere in pochi mesi di addestramento. Fare quello che facciamo oggi con quel tipo di Esercito è semplicemente impensabile».
Si sente parlare del Cat, il Centro di addestramento tattico, la gente si chiede cosa sia.
«Il Cat sfrutta la tecnologia della simulazione asservita all’addestramento e ci consente di replicare fedelmente qualsiasi scenario operativo senza utilizzare munizionamento reale. Possiamo davvero addestrarci a qualunque situazione operativa e aumentare esponenzialmente la ricaduta sulle unità. Inoltre, proprio grazie al Cat, abbiamo ridotto nell’ultimo anno di circa il 50% il numero di esercitazioni a fuoco. Non è che ci addestriamo di meno, ma lo facciamo meglio, creando una situazione win-win con altissimo rendimento addestrativo e impatto ambientale tendente a zero».
È vero che esistono collaborazioni con il mondo della cultura, della ricerca e della formazione (come Università, Crs4, aziende nel settore delle tecnologie)? In cosa consistono?
«La realizzazione del Cat e la contestuale sottoscrizione dei protocolli d’intesa tra il ministero della difesa e la Regione ha creato i presupposti per una collaborazione strutturata nei programmi di ricerca e sviluppo duale, cioè di strumenti idonei al soddisfacimento delle esigenze civili e militari. Per potere procedere in questo senso sarà necessario avviare una collaborazione con il mondo della ricerca che in Sardegna presenta delle eccellenze di tutto rispetto, come il Crs4 e le facoltà scientifiche delle sue Università. Di esempi di progetti ne è piena la storia del secolo scorso e un esempio dei giorni nostri è certamente il drone, o meglio ancora, gli sciami di droni (swarm) che possono essere configurati con strumentazioni diverse a seconda delle esigenze d’impiego».
Un bilancio dei risultati e delle esperienze maturate finora, quali sono i punti qualificanti e le prospettive?
«Finora è positivo. Soprattutto grazie a un dialogo costruttivo con i vertici politici regionali, con quelli istituzionali e con il mondo dell’imprenditoria, dell’informazione e dell’Università. I punti qualificanti che intravedo sono dentro i Protocolli con le opportunità per la Sardegna e per il Paese. Pertanto, da buon ufficiale in cavalleria, posso dire che le prospettive future sono quelle di “caricare” al galoppo, cioè nel più breve tempo possibile, verso la loro completa interpretazione».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
L’Esercito è una realtà importante per numero di occupati e per competenze assegnate. Quali sono i numeri sardi?
«Complessivamente in Sardegna prestano servizio circa 4500 soldati dell’Esercito, la maggior parte sono inquadrati nei ranghi della gloriosa Brigata Sassari. Se a questi aggiungiamo anche quelli delle altre forze armate sorelle, esclusi i carabinieri e la guardia di finanza, il numero complessivo arriva a circa 7000 unità. Si tratta di personale quasi tutto originario della Sardegna e tra coloro che non sono sardi tanti hanno scelto la nostra terra per viverci con la famiglia».
La presenza nei territori consente di testare la validità dei rapporti con la popolazione: qual è la situazione oggi?
«Direi che il rapporto con le comunità nelle quali le nostre basi sono integrate è ottimo. Il nostro personale, soprattutto da quando l’Esercito è stato professionalizzato, vive prevalentemente fuori dalle caserme, nei centri abitati limitrofi, dove sono parte integrante delle comunità nelle quali risiedono.
Sulle esercitazioni militari esistono pareri differenti sull’utilità e i pericoli. Dopo la Bentu Estu 2019, quali sono le conclusioni? Sono necessarie?
«Le esercitazioni militari non solo sono necessarie, ma sono essenziali e irrinunciabili. La nostra professione si basa sulla prontezza e sulla capacità di fornire risposte concrete al Paese in tempi estremamente ridotti. I nostri compiti istituzionali, derivanti dalle 4 missioni (difesa dello Stato; difesa degli spazi euro-atlantici ed euro-mediterranei; contributo alla realizzazione della pace e della sicurezza internazionali; concorsi alle forze dell’ordine e in caso di pubbliche calamità) che il Parlamento ci ha assegnato, non potrebbero essere svolti senza le esercitazioni, a meno di accettare rischi elevatissimi per il personale chiamato a operare, soprattutto nelle attività di stabilizzazione e sicurezza internazionale (le cosiddette “missioni di pace”) che svolgiamo nelle varie aree di crisi, senza le quali qualunque processo di pacificazione e ricostruzione non potrebbe realisticamente avviarsi.
Si riferisce agli interventi di Protezione civile?
«La “Bentu Estu 2019”, si inquadra in questo contesto, perché nelle situazioni di emergenza che il nostro Paese ha vissuto (non dimentichiamoci del ciclone Cleopatra che tanto dolore e danni ha provocato alla nostra terra) le forze armate e, in particolare, l’Esercito sono sempre in prima linea insieme a tutti gli altri assetti operativi della protezione civile. La “Bentu Estu”, che si ha intenzione di reiterare anche nel 2020, ha dimostrato che il poligono di Capo Teulada, con la tecnologia della simulazione di cui dispone, ha una spiccata caratteristica duale e quindi è una risorsa messa a disposizione anche delle altre componenti dello Stato per preparazione e addestramento, per il bene primario dei cittadini».
L’addestramento delle unità operative in cosa consiste? È utile per le missioni internazionali?
«L’addestramento è fondamentale per qualsiasi missione ed è il nostro pane quotidiano. La Dinamo Sassari o il Cagliari Calcio potrebbero conseguire gli straordinari risultati sportivi di oggi senza un duro allenamento quotidiano in palestra e sul campo? Credo di no. Analogamente senza un duro addestramento non potremmo assolvere le missioni che il Paese ci assegna, con la differenza che mentre in un incontro sportivo si può vincere o perdere, in operazione si può morire, come purtroppo è accaduto. L’addestramento, che proprio grazie ai poligoni e alle tecnologie che vi abbiamo installato consente di replicare realisticamente gli scenari operativi, è quindi l’attività che ci permette di aumentare il livello di sicurezza del nostro personale, la sua probabilità di sopravvivenza e, al contempo, di assolvere i compiti assegnatici riducendo al minimo il rischio di danni collaterali.
Tra le accuse degli antimilitaristi c’è quella che coloro che si addestrano e si preparano alle missioni sono degli esaltati. Chi sono gli uomini e le donne che scelgono l’Esercito? Cosa è cambiato rispetto al passato?
«Credo che chi fa simili affermazioni non abbia la più pallida idea del profilo degli uomini e delle donne che servono il Paese in uniforme. Sarebbe sufficiente guardarli negli occhi mentre si apprestano a uscire in pattuglia insieme ai commilitoni afghani o libanesi con i quali condividono rischi, fatiche e pericoli per capire il loro spessore e valore professionale e umano. Io c’ero e li ho visti, altri non so. Posso affermare con certezza che se in ambito internazionale si parla spesso dell’italian way to peacekeeping è proprio perché abbiamo un’innata capacità di rapportarci con gli altri e che è parte della nostra storia millenaria che altri Paesi non possono vantare».
Quindi?
«Stiamo parlando di professionisti che, prima ancora che soldati, sono persone che hanno sentimenti, famiglie, affetti e l’unico momento in cui si esaltano davvero è quando, dopo le fatiche di circa sei mesi di missione, possono riabbracciare i loro cari, consapevoli di aver svolto in pieno il loro dovere. Anche in passato siamo stati chiamati a operare fuori dalle caserme, ma era un Esercito di leva stanziale con compiti limitati e calibrati alle capacità operative che un giovane soldato poteva esprimere in pochi mesi di addestramento. Fare quello che facciamo oggi con quel tipo di Esercito è semplicemente impensabile».
Si sente parlare del Cat, il Centro di addestramento tattico, la gente si chiede cosa sia.
«Il Cat sfrutta la tecnologia della simulazione asservita all’addestramento e ci consente di replicare fedelmente qualsiasi scenario operativo senza utilizzare munizionamento reale. Possiamo davvero addestrarci a qualunque situazione operativa e aumentare esponenzialmente la ricaduta sulle unità. Inoltre, proprio grazie al Cat, abbiamo ridotto nell’ultimo anno di circa il 50% il numero di esercitazioni a fuoco. Non è che ci addestriamo di meno, ma lo facciamo meglio, creando una situazione win-win con altissimo rendimento addestrativo e impatto ambientale tendente a zero».
È vero che esistono collaborazioni con il mondo della cultura, della ricerca e della formazione (come Università, Crs4, aziende nel settore delle tecnologie)? In cosa consistono?
«La realizzazione del Cat e la contestuale sottoscrizione dei protocolli d’intesa tra il ministero della difesa e la Regione ha creato i presupposti per una collaborazione strutturata nei programmi di ricerca e sviluppo duale, cioè di strumenti idonei al soddisfacimento delle esigenze civili e militari. Per potere procedere in questo senso sarà necessario avviare una collaborazione con il mondo della ricerca che in Sardegna presenta delle eccellenze di tutto rispetto, come il Crs4 e le facoltà scientifiche delle sue Università. Di esempi di progetti ne è piena la storia del secolo scorso e un esempio dei giorni nostri è certamente il drone, o meglio ancora, gli sciami di droni (swarm) che possono essere configurati con strumentazioni diverse a seconda delle esigenze d’impiego».
Un bilancio dei risultati e delle esperienze maturate finora, quali sono i punti qualificanti e le prospettive?
«Finora è positivo. Soprattutto grazie a un dialogo costruttivo con i vertici politici regionali, con quelli istituzionali e con il mondo dell’imprenditoria, dell’informazione e dell’Università. I punti qualificanti che intravedo sono dentro i Protocolli con le opportunità per la Sardegna e per il Paese. Pertanto, da buon ufficiale in cavalleria, posso dire che le prospettive future sono quelle di “caricare” al galoppo, cioè nel più breve tempo possibile, verso la loro completa interpretazione».
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