La Nuova Sardegna

Il 14 luglio il giudizio definitivo per Mesina

di Mauro Lissia
Il 14 luglio il giudizio definitivo per Mesina

Se la Cassazione respingerà il ricorso il bandito orgolese dovrà tornare ancora una volta in carcere

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CAGLIARI. Se la Corte di Cassazione respingerà il ricorso contro la condanna a trent’anni di carcere decisa dalla Corte d’Appello di Cagliari il 22 maggio di due anni fa, per Graziano Mesina si spalancheranno per l’ennesima volta le porte del carcere, dove ha finora trascorso 41 anni e mezzo della sua vita. Condannato ai tempi del banditismo storico, graziato dal presidente Carlo Azeglio Ciampi il 25 novembre del 2004, condannato nuovamente a trent’anni di reclusione dal tribunale di Cagliari per associazione a delinquere in narcotraffico e tornato in libertà il 7 giugno dell’anno scorso per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva dopo la conferma della sentenza in Appello, l’anziano bandito di Orgosolo conoscerà la sua sorte il prossimo 14 luglio, quando i giudici supremi di piazza Cavour si esprimeranno sul ricorso presentato dalle avvocate Beatrice Goddi e Maria Luisa Vernier nel tentativo estremo di sottrarre il settantottenne ex latitante ad un mesto e forse definitivo ritorno in prigione. Le due agguerritissime penaliste, che l’anno scorso hanno messo a segno un colpo clamoroso ottenendo la scarcerazione di Mesina, hanno basato l’appello al terzo grado del giudizio su una sequenza di presunte illegittimità contenute nelle due sentenze di condanna incassate dall’ex bandito a Cagliari. Su queste e sulla presunta mancanza di prove in relazione ad alcuni fatti contestati dalla Dda all’arresto di Mesina e della sua presunta banda il 10 giugno 2013 - finirono in carcere ventisei persone - i giudici di Roma dovranno fare le loro valutazioni.

L’ex primula rossa del banditismo sardo resterà dunque sotto lo stretto controllo dei carabinieri ma sarà libero almeno fino alla sentenza della Cassazione. Gli interrogativi riguardano quanto accadrà se il ricorso verrà respinto. La difesa di Mesina potrebbe giocarsi la carta dell’età: dopo i settant’anni la carcerazione dei condannati non è automatica, l’eventuale concessione della detenzione domiciliare viene valutata dopo il giudizio definitivo. Nel caso di Mesina però la strada appare in salita: il tribunale di sorveglianza deve tener conto dell’accusa principale contestata all’orgolese, quella di narcotraffico. Si tratta di un reato ostativo, che impedisce la scarcerazione nonostante l’età avanzata. Per di più Mesina, tra arresti e processi, si è guadagnato lo status poco invidiabile di condannato recidivo e di delinquente abituale, quanto basta per azzerare la speranza di evitare il ritorno dietro le sbarre. La Cassazione si era peraltro già espressa sull’eventuale concessione dei domiciliari a Mesina il 13 ottobre di due anni fa: «Le sue potenzialità criminogene sono attuali ed effettive» e quindi «non fronteggiabili con misure meno gravose del carcere».

Le prove che inchiodano Mesina sono per la Corte d’Appello granitiche: «Le generiche rivendicazioni di innocenza da parte di Mesina non si confrontano in alcun modo con il tenore spesso esplicito delle intercettazioni e con la sequenza di dialoghi intercettati con le altre risultanze probatorie di natura oggettiva, così che appare ampiamente provato che Mesina abbia commesso i reati a lui addebitati». L'ex latitante orgolese viveva una doppia vita: imprenditore del turismo e criminale incallito che muove droga, denaro, in un crescendo di minacce ed estorsioni con qualche nostalgia per i sequestri di persona.



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