Subito interventi o è il collasso della sanità
SASSARI. ll soccorso del pronto soccorso sembra l’unica alternativa a un sistema che rischia il collasso. Il coronavirus ha trovato il suo habitat naturale tra garze e tubi sterili. Tra le corsie asettiche dell’ospedale in cui trova tanti pazienti con scarse difese immunitarie e tanti medici e infermieri mandati in prima linea senza protezioni adeguate. Un po’ come i soldati italiani che nella seconda guerra mondiale venivano scaraventati in trincea con gli stivali di cartone nella campagna di Russia. Medici e infermieri denunciano di non avere mascherine e guanti. Di non avere abbastanza tamponi e reagenti. In modo eroico continuano a lavorare e a mettere a rischio la loro vita per salvare quelle degli altri.
Ma in un Paese normale non può essere una cosa normale. Oltre al fatto che i medici sono sempre meno. Decimati dal virus o dalla quarantena. Si riempiono i letti degli ospedali ma nessuno tra poco potrà curare i malati. Il caos si avvicina in un sistema sempre più in affanno. E basta calcolare la percentuale di sanitari malati, oltre il 60 per cento, rispetto al totale dei casi per capire che esiste un caso Sardegna. E si può fare il giro dell’isola. Uno dopo l’altro sono stati colpiti il Santissima Trinità e il Brotzu a Cagliari. Il Sirai a Carbonia. Il San Francesco a Nuoro, Il Policlinico e il Civile a Sassari. Il Giovanni Paolo II a Olbia. Il Nostra signora della Mercede a Lanusei. In ognuno di questi è stato chiuso un reparto.
E molto spesso la maggior parte di chi ci lavorava all’interno è finito in quarantena, o peggio contagiato. I focolai del coronavirus in Sardegna si sono creati proprio dove si doveva sconfiggere il virus. I casi di Sassari, Nuoro e Olbia diventano il simbolo di questa impotenza davanti al virus. Della difficoltà di arginarlo senza avere i mezzi per difendersi. Ora serve una terapia d’urto da parte della Regione. Serve un cordone sanitario intorno agli ospedali. Serve un protocollo diverso che garantisca la salute di chi ci lavora e dei pazienti. Perché dagli ospedali il coronavirus minaccia di dilagare in tutta la Sardegna. Facile capire come l’effetto contagio possa essere immediato. Medici, infermieri, personale, pazienti, familiari, in un attimo rischiano di diventare moltiplicatori del contagio. In una situazione che rischia di sfuggire di mano alla Regione.
La placida e tranquillizzante immagine degli operai che disinfettano le strade più dalla paura che dal virus rischia di essere spazzato via dai numeri che arrivano ogni sera dal bollettino della Regione. In una progressione esponenziale dei numeri. Oltre 70 in un solo giorno. Numeri che rischiano di vanificare il sacrificio della maggior parte dei sardi che da più di una settimana vivono barricati in casa in una guerra post apocalittica contro un nemico invisibile.
Dall’assessore alla Sanità in questo momento ci si aspetta maggiore determinazione per arginare il contagio dentro gli ospedali. E al di là degli slogan servono più mascherine, più tute isolanti, più strumenti, più personale. E non può essere una giustificazione la difficoltà di trovare chi è pronto ad andare in prima linea. Forse ci si dovrebbe preoccupare di fornire ai soldati in prima linea stivali di cuoio e non più di cartone.
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