Coronavirus, l’infermiera di Malattie infettive a Sassari: «Stanchi e impauriti»

«Turni fino a 14 ore e il timore di scoprirci positivi è alto. Con una collega ci siamo isolate dai familiari»

SASSARI. Turni di 14 ore in ospedale, vita in quarantena nelle sempre più brevi e rare giornate di riposo, e l’incubo che prima o poi un tampone positivo li renda uguali ai pazienti di cui si prendono cura quotidianamente. Sono gli angeli del reparto Malattie infettive dell’Aou di Sassari. Medici e infermieri che da due settimane vivono in apnea psicologica fra pazienti in terapia intensiva, tute che li fanno somigliare ad astronauti e la mancanza, sempre più forte della famiglia, da cui sono costretti a rimanere a distanza, per paura di trasmettere il virus.

«La mia quarantena è iniziata il 7 marzo, quando abbiamo ricoverato il primo paziente Covid-19», racconta una di loro, del quale non riveliamo l’identità per non esporla alle sanzioni minacciate dalla Regione con una circolare interna che chiude la bocca ai dipendenti della Sanità sarda, obbligandoli a non parlare con la stampa di quello che succede nei reparti. «Con una collega abbiamo deciso di isolarci e di stare insieme in una casa per tutelare i nostri cari e tutte le persone che ci circondano. Grazie a qualche aiuto dall'esterno non usciamo neanche per la spesa».

Un isolamento che si rompe solo per andare al lavoro e donare cure e speranza a chi è stato contagiato dal coronavirus. «Abbiamo tanti pazienti con tante patologie diverse. Sono chiusi dentro camere ad alto isolamento, dove noi entriamo vestiti di tutto punto con le mani che tremano e la paura di respirare. Poi ti ricordi che devi pur respirare e inizi a iperventilare. E, se iperventili, ti si appannano gli occhialini e la visiera. Allora esci dalla camera, prendi un bel respiro e riparti con la camera successiva».

La paura è una costante: «Lavorando in Malattie infettive il rischio di vedere il risultato del tampone positivo è sempre più alto - continua-. Quando poi si fanno turni fino 14 ore...».

«Ti fa male il cervello, ti senti morire dentro la tuta e stritolare da tutti i dispositivi di protezione individuale, i famosi Dpi, tanto discussi. Finora li abbiamo e spero che continueremo ad averli». I Dpi sono una barriera a cui aggrapparsi, perché in reparto, per quanto allenati, l’emergenza toglie certezze: «I pazienti sono sempre di più, facciamo troppi ricoveri per turno, collaborando con personale inesperto che proviene da altre Unità operative e che non ha mai messo piede nel nostro palazzo. Colleghi che vanno formati nel giro di tre minuti. Perché non c’è tempo. Perché ci sono troppi pazienti».

L’affaticamento causato dal lavoro non si recupera quando si timbra il cartellino in uscita, perché fuori dal reparto entra in gioco un’altra stanchezza. Quella dovuta al fatto di stare lontani da mariti, mogli, figli, amici, genitori. «Tutti ci stiamo isolando, ognuno con la propria storia personale, ma tutti con familiari lontani o vicini ma pur sempre lontani. È dura. Ma spero ce la faremo. Con la speranza di non ammalarci anche noi ovviamente». Uno sfogo che vuole diventare un messaggio: «Non è un gioco. La gente deve capire che bisogna restare a casa. Noi non possiamo, fatelo voi. Restate a casa».

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