La Nuova Sardegna

La fabbrica della speranza dà ossigeno agli ospedali

di Gianni Bazzoni

Alla Sapio di Porto Torres si producono gas medicali per le strutture dell’isola La storia di Dario, ex imbianchino da 30 anni operaio: la solidarietà nel dna

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PORTO TORRES. All’improvviso l’emergenza ha cambiato tutto, l’azienda si è calata con tutte le forze in una sorta di “impresa sociale”. Nella zona industriale di Porto Torres c’è una fabbrica che fornisce ossigeno e gas medicali agli ospedali e alle strutture sanitarie di quasi tutta la Sardegna, fa parte del Gruppo Sapio di Monza, lo stesso che “dà ossigeno” al nuovo ospedale nella Fiera di Milano e che ha scelto come slogan tre parole di speranza: “Respirare il futuro”.

A Porto Torres ci lavorano 18 operai, da settimane immersi in una nuova missione: concentrati e determinati, pronti a fare qualunque sacrificio perché sanno che il loro lavoro ha una funzione “salvavita”. Dario Chessa ha 57 anni, sassarese, in Sapio ci lavora da più di trent’anni. È sposato e ha un figlio che studia al Politecnico di Torino, a scuola va benissimo ma da quando il Coronavirus ha cambiato la vita delle persone è rientrato a casa.

«Viviamo separati – racconta Dario – io in una casa, mia moglie da un’altra parte e mio figlio in un B&B. Non ci incontriamo, ci sentiamo più volte al giorno. È un sacrificio immenso, la nostra azienda non si può permettere in questo momento di avere la minima incertezza. Non si può fermare perché in gioco c’è la vita delle persone».

Nella fabbrica di Porto Torres arriva l’ossigeno liquido, 20mila litri ogni due giorni. Gli operai procedono al riempimento delle bombole - 72 per volta - che poi vengono caricate e consegnate agli ospedali di Sassari, Olbia e Nuoro. E ogni giorno dieci furgoni arrivano la sera e caricano i contenitori di ossigeno da consegnare a domicilio ai pazienti che seguono la terapia a casa e che altrimenti sarebbero costretti a stare in un letto di ospedale. Avanti e indietro, tutti i giorni, dal nord al sud della Sardegna.

«L’emergenza Coronavirus ha modificato anche la nostra organizzazione del lavoro – racconta Dario Chessa – perché la produzione è quasi triplicata per fare fronte alle richieste. Non ci possiamo permettere di non rispettare gli appuntamenti. Ne siamo consapevoli».

Se chi ha bisogno dell’ossigeno per vivere solitamente necessita dai 2 ai 5 litri al minuto, il malato Covid19, in terapia intensiva, necessita dai 10 ai 15 litri al minuto di ossigeno. «Stiamo vivendo l’emergenza come tutti – dice ancora Dario – con preoccupazione, ma anche con tanta voglia di lottare. Siamo sicuri che ce la faremo e in questo momento è importante che ciascuno faccia la sua parte per contribuire a salvare il maggior numero di vite umane. Per questo combattiamo tutti i giorni». Gli operai si sono autoridotti la pausa pranzo: il tempo per mangiare un panino, distanziati. Senza poter discutere e scherzare come si faceva prima. Poi si torna a preparare le bombole dell’ossigeno. E la sera a casa, l’indomani mattina si ricomincia.

La storia di Dario è una di quelle che regalano speranza e fiducia. La racconta con semplicità. «Sono in Sapio da 30 anni – dice –; facevo l’imbianchino prima. Un giorno avevo soccorso una ragazza che aveva avuto un incidente in moto: ero intervenuto per spegnere le fiamme perché si era sviluppato un incendio. Allora non c’era facebook e i social erano un sogno. Lei era finita in ospedale. Andò bene per fortuna. Poi un giorno andai a dipingere gli ambienti di una casa. Quando stavo per andare via si presentò una ragazza. Mi disse: “ti conosco, tu sei quello che mi ha soccorso”. Aggiunsi alcuni particolari che solo io potevo conoscere. Era la figlia del direttore dello stabilimento. Fu un momento molto bello: suo padre mi propose di andare a lavorare in fabbrica. E oggi dopo trent’anni sono qui. Credo nella vita, so che nessuno regala niente e c’è sempre bisogno di lottare. Oggi più di ieri».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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