La Nuova Sardegna

Calvisi: «Serve prudenza La guerra non è vinta»

di Roberto Petretto
Calvisi: «Serve prudenza La guerra non è vinta»

Il sottosegretario alla Difesa elogia il lavoro dei militari nell’emergenza «La Regione apre? Tra il loro programma e quello del Governo poche differenze»

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SASSARI. Con le loro inquietanti tute protettive verde scuro i medici militari, nel periodo di maggiore difficoltà per case di riposo e Rsa del Sassarese, quando il virus si diffondeva tra personale e ospiti e cominciava a mietere vittime fra tanti anziani, si sono tuffati senza esitazioni nel cuore del contagio. Forse il loro apporto è stato decisivo per arginare l’epidemia. «Non spetta a me dirlo - commenta il sottosegretario alla Difesa, Giulio Calvisi -. Posso solo dire di aver percepito, dal confronto che ho avuto a Sassari con la prefetta e con diversi sindaci del territorio, che l’attività di supporto e di aiuto sia stata importante».

I medici con le stellette sono impegnati nell’emergenza in 18 regioni su 20. Il personale schierato in Sardegna era quasi tutto già presente nell’isola: «Non abbiamo sottratto risorse a altre Regioni», sottolinea il sottosegretario, arrivato a Sassari «per visitare il team della sanità militare che da un mese è qui per un lavoro di affiancamento alla sanità civile, soprattutto per il campionamento della situazione nelle case di riposo e nelle Rsa che ospitano anziani. Il nostro personale ha fatto un lavoro importante: interventi in 40 strutture sanitarie, quasi tutte nella provincia di Sassari, in stretto contatto con l’Unità di crisi, con l’Ats e con l’Azienda mista. Un lavoro che continuerà con la mappatura di tutte le residenze sopra i 20 ospiti, circa 80-90, tra Sassari e Olbia-Tempio. Le residenze più piccole verranno mappate dalla sanità civile. Un intervento straordinario, un’ipotesi di lavoro di grande eccellenza e di grande qualità, utile a una rilevazione di quello che c’è oggi, ma che servirà a monitorare la situazione e, all’occorrenza, consigliare protocolli e azioni che servano a tutelare la parte più esposta della popolazione».

Un impegno gravoso per la Difesa?

«I nostri militari va il ringraziamento del ministro e mio per il lavoro svolto. Un grazie alla prefetta Maria Luisa D’Alessandro, ai sanitari della marina e esercito, all’aeronautica per trasporti del materiale sanitario, ai carabinieri per il controllo del territorio. Un grazie al generale Francesco Olla, al comandante della Brigata Sassari, generale Andrea Di Stasio e al colonello Stefano Ciancia, capo del team medici. Grazie alla Protezione civile, alle istituzioni regionali per la collaborazione fornita».

Onorevole Calvisi, visti dall’interno, come giudica i provvedimenti del Governo Conte?

«Abbiamo ridotto il numero di giri del motore del paese, lasciando in funzione le attività essenziali come, ad esempio, la filiera alimentare. Il paese ha superato un periodo duro, ha risposto in maniera responsabile. Abbiamo imposto misure che prevedono limitazioni ai diritti costituzionali in nome della tutela della salute. Il paese ha reagito bene. Adesso pensiamo che, visto l’andamento della curva dei contagi, si possa cominciare a riaprire. Il presidente ha dato una road map, ma non bisogna abbassare la guardia. È necessario assicurare la piena tutela della sicurezza dei lavoratori e cercare di far partire il paese avendo certezza della massima mobilitazione delle strutture sanitarie e della protezione civile. Dobbiamo essere consapevoli che ancora non abbiamo vinto la guerra».

Non si potevano cominciare ad attuare gradazioni diverse delle misure di contenimento del virus a seconda delle situazioni differenti? In Sardegna ci sono condizioni diverse rispetto alla Lombardia...

«La strada scelta è stata quella di non avere delle “misure arlecchino” sparse sul territorio nazionale. Ci sono attività interregionali, non abbiamo certo le dogane tra le Regioni. Occorrevano, in altre parole, misure comuni in tutto il territorio nazionale. Poi si vedrà, di fronte a andamenti diversi del contagio, se si potranno studiare delle misure specifiche. È chiaro che il paese ha voglia di tornare a vivere, mentre imprese e lavoratori hanno necessità di liquidità. Il paese si vuole riprendere e le misure delineate dal Governo vanno incontro a questa esigenza. Ma, lo ripeto, non possiamo compromettere i buoni risultati ottenuti. Anzi, in questa fase vanno consolidati per permettere poi una piena ripresa delle attività in sicurezza. Era e sarà necessario mettere in campo strumenti di sostegno. Lo abbiamo fatto con il Cura Italia, con i prestiti alle imprese. Ora il Governo sta studiando ulteriori misure per fare fronte all’emergenza liquidità».

Sembra prevalere la linea della prudenza. Eppure la Regione Sardegna sta studiando un allentamento di alcune misure. Che ne pensa?

«Se confronta le date indicate dal Dpcm Conte con quelle annunciate proprio al vostro giornale dal presidente della Regione, si scopre che non sono troppo differenti. Anzi, se le mettiamo insieme magari troviamo anche qualche sorpresa. Voglio dire che non vedo una contrapposizione. L’invito alla prudenza è comune».

Il presidente Solinas ha però parlato di un Dpcm pensato per il sistema economico del nord Italia...

«Sono convinto che non ci sia il tanto, da parte dell’amministrazione regionale, per polemizzare con il governo nazionale».

Il contagio in Sardegna è stato, a parte il caso Sassari, piuttosto limitato. In vista della ripartenza questa può essere un’arma in più?

«È auspicabile. L’insularità può essere un vantaggio perché può tutelare meglio, ma può essere un rischio perché si possono avere più difficoltà a gestire un’emergenza. Non è successo ed è vero che, se togliamo la situazione nel Sassarese, la diffusione è bassa. Questo può essere di buon auspicio per il futuro, ma occorre essere molto prudenti. Quando si riparte bisogna essere in grado di assicurare la sicurezza di chi lavora, bisogna fare uno sforzo logistico e di elaborazione per non pregiudicare la stagione turistica. Questo è un tema fondamentale che va affrontato mettendo insieme la ripresa del turismo nazionale e internazionale, ma anche fornendo assicurazioni sul fatto che si possa arrivare nell’isola, senza però mettere a rischio la salute dei sardi».

È opinione diffusa che il mondo dopo il virus sarà diverso. Bisognerà ripensare anche il ruolo dello Stato in diversi settori. Magari facendo dei passi indietro su settori come la sanità e l’istruzione?

«È vero, sarà necessario fare delle riflessioni sulla salute, sulle politiche sociali e industriali. Gran parte della crisi sanitaria, in Italia, si è originata perché non c’erano dispositivi di protezione, respiratori, ventilatori polmonari. Importavamo tutto e quando è esplosa la crisi c’era la concorrenza delle altre nazioni. Per il futuro bisognerà pensare a un’industria che presidi questo tipo ti attività. E poi, ma per questo ci sarà tempo e in questo momento non voglio parlare di competenze, per discutere dell’organizzazione sanitaria. Non possono esserci venti sistemi sanitari che affrontano la pandemia in modo diverso. Poi si porrà il tema della riorganizzazione delle forme di produzione del lavoro. Lo smart working sperimentato per necessità in questa occasione, sarà uno strumento a cui si ricorrerà sempre di più in futuro. Torneranno d’attualità tre cose. Innanzitutto la necessità di avere una forte presenza dello Stato. Poi la necessità di assicurare protezione e tutela alle persone che lavorano. Infine, per l’immediato futuro, ma anche più in là nel tempo, si deve porre la questione di una tutela di base per il reddito a una platea più ampia».



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