«Hanno ucciso mio figlio Non devono essere liberati»
di Enrico Carta
Percorso rieducativo per i due minori: la rabbia della mamma di Manuel
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MACOMER. «Mettetevi nei miei panni. Chi sarebbe pronto per una cosa del genere? Chi lo può essere davvero? Neanche due anni sono passati e io devo sapere che chi ha ucciso mio figlio può già uscire dal carcere e che tra quattro anni sarà praticamente una persona libera». Stavolta le frasi non arrivano una dietro l’altra. Stavolta Fabiola Balardi, madre di Manuel Careddu, inciampa. Si interrompe nel suo monologo. Solitamente tambureggiante, è riconoscibile solo dalla rabbia e dal rancore delle parole. Stavolta si blocca, mentre prova a riordinare l’anima ferita dalla notizia che Giada Campus e Cosmin Nita, coinvolti quando erano minorenni nell’omicidio del figlio diciottenne, sono a un passo dall’avviare il percorso rieducativo che, in qualche modo, significa anche ripresa della vita sociale. Le limitazioni della detenzione minorile restano, ma è tutto molto in discesa rispetto a quanto avverrà per i maggiorenni.
Pochi mesi, quelli che li separavano dal diciottesimo compleanno, fanno la differenza, una differenza di anni di prigione che non ci saranno. Averne diciassette ha significato per i due una condanna a sedici anni, di molto inferiore rispetto a quella dei maggiorenni che avevano le loro stesse accuse di omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere – Christian Fodde è stato condannato all’ergastolo, Riccardo Carta a 30 anni, mentre Matteo Satta, a cui era contestato solo l’omicidio e che non era presente nel momento del delitto avvenuto sulle sponde del lago Omodeo, a sedici anni e otto mesi.
E poi bisogna fare altri conti e quelli della legislazione italiana per i minorenni, a prescindere dalla vicinanza o meno ai diciotto anni nel momento in cui il delitto viene commesso, sono molto diversi rispetto a quelli che deve fare un maggiorenne. Non è un caso che Giada Campus abbia già potuto lasciare, per qualche ora e in diversi giorni, la struttura in cui è ospitata dal 10 ottobre del 2018, a un mese di distanza dall’omicidio. La stessa sorte attende Cosmin Nita, che a sua volta ha formalmente rinunciato al ricorso in Cassazione.
È stato questo passaggio, comunicato agli avvocati Gianfranco Siuni e Giancarlo Frongia e quindi ai magistrati, a rendere esecutiva la sentenza e a spianare la strada all’avvio del percorso rieducativo che tra meno di cinque anni porterà entrambi i ragazzi fuori dai rispettivi istituti in cui oggi trascorrono i loro giorni.
«Immaginate me – dice Fabiola Balardi –. Io sono in aula e per due volte, nei due gradi di giudizio, sento che sono stati condannati a sedici anni. Sento la parola sedici e penso che quelli siano gli anni di carcere che devono fare, non un giorno di meno. Lo sapevo che sarebbero usciti prima, ma non sono passati due anni dall’omicidio di mio figlio. Sono spiazzata, è dalla mattina presto che continuo a chiedermi se davvero questa sia giustizia. Che pensieri può fare una persona nella mia situazione? Avrei preferito sentire direttamente che avrebbero dovuto scontare cinque anni, sarebbe stato meno doloroso da accettare».
Poi inverte i ruoli: «Mi vergogno io per loro della bestialità con cui hanno agito. Se Manuel avesse ucciso così un altro ragazzo, l’avrei fatto marcire in carcere. Non l’avrei voluto più come figlio, forse mi sarei ammazzata dalla vergogna. Invece vedo che per loro non funziona così».
Ma il codice dice che il percorso rieducativo è l’essenza della legislatura per i minori. «Devo credere che siano pentiti?» si domanda, ma sa già la risposta: «Li ho visti in aula, so quello che hanno fatto. Lo sanno tutti come hanno ingannato Manuel per attirarlo in trappola, lo sanno tutti che l’hanno ucciso a colpi di piccozza in testa, che l’hanno seppellito come fosse una bestia, che hanno provato sino all’ultimo a ingannare i carabinieri e persino i giudici. Non raccontatemi che in meno di due anni sono già pronti per il percorso rieducativo perché non è vero».
Resta la rabbia, con l’odio che spunta fuori continuamente. «Voglio andare a parlare con i giudici, voglio capire. Da sola non riesco a capire come ciò sia possibile. Mettetevi nei miei panni».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Pochi mesi, quelli che li separavano dal diciottesimo compleanno, fanno la differenza, una differenza di anni di prigione che non ci saranno. Averne diciassette ha significato per i due una condanna a sedici anni, di molto inferiore rispetto a quella dei maggiorenni che avevano le loro stesse accuse di omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere – Christian Fodde è stato condannato all’ergastolo, Riccardo Carta a 30 anni, mentre Matteo Satta, a cui era contestato solo l’omicidio e che non era presente nel momento del delitto avvenuto sulle sponde del lago Omodeo, a sedici anni e otto mesi.
E poi bisogna fare altri conti e quelli della legislazione italiana per i minorenni, a prescindere dalla vicinanza o meno ai diciotto anni nel momento in cui il delitto viene commesso, sono molto diversi rispetto a quelli che deve fare un maggiorenne. Non è un caso che Giada Campus abbia già potuto lasciare, per qualche ora e in diversi giorni, la struttura in cui è ospitata dal 10 ottobre del 2018, a un mese di distanza dall’omicidio. La stessa sorte attende Cosmin Nita, che a sua volta ha formalmente rinunciato al ricorso in Cassazione.
È stato questo passaggio, comunicato agli avvocati Gianfranco Siuni e Giancarlo Frongia e quindi ai magistrati, a rendere esecutiva la sentenza e a spianare la strada all’avvio del percorso rieducativo che tra meno di cinque anni porterà entrambi i ragazzi fuori dai rispettivi istituti in cui oggi trascorrono i loro giorni.
«Immaginate me – dice Fabiola Balardi –. Io sono in aula e per due volte, nei due gradi di giudizio, sento che sono stati condannati a sedici anni. Sento la parola sedici e penso che quelli siano gli anni di carcere che devono fare, non un giorno di meno. Lo sapevo che sarebbero usciti prima, ma non sono passati due anni dall’omicidio di mio figlio. Sono spiazzata, è dalla mattina presto che continuo a chiedermi se davvero questa sia giustizia. Che pensieri può fare una persona nella mia situazione? Avrei preferito sentire direttamente che avrebbero dovuto scontare cinque anni, sarebbe stato meno doloroso da accettare».
Poi inverte i ruoli: «Mi vergogno io per loro della bestialità con cui hanno agito. Se Manuel avesse ucciso così un altro ragazzo, l’avrei fatto marcire in carcere. Non l’avrei voluto più come figlio, forse mi sarei ammazzata dalla vergogna. Invece vedo che per loro non funziona così».
Ma il codice dice che il percorso rieducativo è l’essenza della legislatura per i minori. «Devo credere che siano pentiti?» si domanda, ma sa già la risposta: «Li ho visti in aula, so quello che hanno fatto. Lo sanno tutti come hanno ingannato Manuel per attirarlo in trappola, lo sanno tutti che l’hanno ucciso a colpi di piccozza in testa, che l’hanno seppellito come fosse una bestia, che hanno provato sino all’ultimo a ingannare i carabinieri e persino i giudici. Non raccontatemi che in meno di due anni sono già pronti per il percorso rieducativo perché non è vero».
Resta la rabbia, con l’odio che spunta fuori continuamente. «Voglio andare a parlare con i giudici, voglio capire. Da sola non riesco a capire come ciò sia possibile. Mettetevi nei miei panni».
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