Vita “rubata” se la scuola torna a casa
di Federico Pintus
Questa stramaledetta pandemia di coronavirus è riuscita, tra le altre cose, anche a prendere quel Cerbero che erano le spiacevolezze della scuola ed a trasformarlo in un’Idra: dopo tre osceni mesi di...
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Questa stramaledetta pandemia di coronavirus è riuscita, tra le altre cose, anche a prendere quel Cerbero che erano le spiacevolezze della scuola ed a trasformarlo in un’Idra: dopo tre osceni mesi di didattica a distanza il rientro in classe sembrava un sogno. E tale è stato, perché i suoi idilliaci contorni evanescenti sono stati presto dissolti e dispersi da una realtà di turni d’ingresso e d’uscita, flaconi di igienizzante ovunque, ricreazioni passate in classe, schiaffi di bora continui in entrata dalle finestre, ed occasionali momenti di paranoja dei professori.
Comunque, in mezzo a questo delirio di precauzioni che valicano stupidamente l’eccesso, in classe (distanziati da metri variabili - tendenti a ridursi) non indossiamo mascherine; dunque la situazione è dominata da uno sgradevole non-senso, ma non temete, potrebbe anche peggiorare: in certe regioni gli studenti degli ultimi anni di superiori sono già tornati a casa (e ci sono elementi -inqualificabili- del mondo studentesco locale che vorrebbero si facesse anche qui in Sardegna), e questo ingustificabile evento ha luogo perché la persona del ministro dell’istruzione non è nessuno dentro al suo partito, né, per conseguenza, nel governo, e quindi non ha potere. Così se i trasporti pubblici sono sovraffollati, noi studenti rischiamo di pagarne il prezzo, ma solo perché questi sono gestiti da un ministro che invece nel suo partito conta, e può quindi permettersi di scaricare interamente i problemi dipendenti dal suo settore sulle spalle di altri.
Ma in fondo è giusto che sia così, no? La scuola altro non è che quel luogo dove parcheggiare i figli quando si lavora.
È questo ciò che pensano le moltitudini, che appoggiano questa linea, perché hanno scordato cosa sia stata per loro la scuola, che con lo scivolare del tempo sulle lancette degli orologi hanno dato per scontata (quand’è andata bene) o perduto (pericolosamente spesso) la loro definizione, la loro personalità viva e creativa.
Ed ora come potrebbero mai concepire il fatto che noialtri – che pretendono di conoscere sulla base di chi fummo da bambini – abbiamo bisogno di definire la nostra personalità? Che abbiamo bisogno di altri nostri simili, che ci stiano davanti agli occhi, e siano affini abbastanza da ricevere considerazione e distinti al punto da incuriosirci ed attrarci (e farci mettere in discussione con noi stessi)? Non possono, non sono in grado di capire che molto più che un luogo di istruzione (sulla cui qualità, poi, è bene stendere uno spesso velo pietoso) la scuola è dimensione di socializzazione multiforme, spaziante dall’intreccio di amicizie alla nascita di rivalità al fiorire di amori.
Se non vivremo questa varietà di eventi insieme ad una varietà casualmente stabilita di persone, il nostro essere sarà monolitico, il nostro pensiero blando e non strutturato, la nostra visione del mondo insignificante. Ed allora i giovani che vanno ascoltati, e che sono intraprendenti, e che vogliono cambiare le cose, non avranno niente da dire, né ardore da sfogare, né sapranno cosa desiderano.
A questo nulla interiore ci porterebbe la didattica a distanza, ed allora meglio sorbirsi le incongruenti restrizioni della scuola reale, della scuola vera, e godersela finché dura. In fondo non è poi così male.
( Federico Pintus frequenta il Liceo Marconi)
Comunque, in mezzo a questo delirio di precauzioni che valicano stupidamente l’eccesso, in classe (distanziati da metri variabili - tendenti a ridursi) non indossiamo mascherine; dunque la situazione è dominata da uno sgradevole non-senso, ma non temete, potrebbe anche peggiorare: in certe regioni gli studenti degli ultimi anni di superiori sono già tornati a casa (e ci sono elementi -inqualificabili- del mondo studentesco locale che vorrebbero si facesse anche qui in Sardegna), e questo ingustificabile evento ha luogo perché la persona del ministro dell’istruzione non è nessuno dentro al suo partito, né, per conseguenza, nel governo, e quindi non ha potere. Così se i trasporti pubblici sono sovraffollati, noi studenti rischiamo di pagarne il prezzo, ma solo perché questi sono gestiti da un ministro che invece nel suo partito conta, e può quindi permettersi di scaricare interamente i problemi dipendenti dal suo settore sulle spalle di altri.
Ma in fondo è giusto che sia così, no? La scuola altro non è che quel luogo dove parcheggiare i figli quando si lavora.
È questo ciò che pensano le moltitudini, che appoggiano questa linea, perché hanno scordato cosa sia stata per loro la scuola, che con lo scivolare del tempo sulle lancette degli orologi hanno dato per scontata (quand’è andata bene) o perduto (pericolosamente spesso) la loro definizione, la loro personalità viva e creativa.
Ed ora come potrebbero mai concepire il fatto che noialtri – che pretendono di conoscere sulla base di chi fummo da bambini – abbiamo bisogno di definire la nostra personalità? Che abbiamo bisogno di altri nostri simili, che ci stiano davanti agli occhi, e siano affini abbastanza da ricevere considerazione e distinti al punto da incuriosirci ed attrarci (e farci mettere in discussione con noi stessi)? Non possono, non sono in grado di capire che molto più che un luogo di istruzione (sulla cui qualità, poi, è bene stendere uno spesso velo pietoso) la scuola è dimensione di socializzazione multiforme, spaziante dall’intreccio di amicizie alla nascita di rivalità al fiorire di amori.
Se non vivremo questa varietà di eventi insieme ad una varietà casualmente stabilita di persone, il nostro essere sarà monolitico, il nostro pensiero blando e non strutturato, la nostra visione del mondo insignificante. Ed allora i giovani che vanno ascoltati, e che sono intraprendenti, e che vogliono cambiare le cose, non avranno niente da dire, né ardore da sfogare, né sapranno cosa desiderano.
A questo nulla interiore ci porterebbe la didattica a distanza, ed allora meglio sorbirsi le incongruenti restrizioni della scuola reale, della scuola vera, e godersela finché dura. In fondo non è poi così male.
( Federico Pintus frequenta il Liceo Marconi)
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