La Nuova Sardegna

Coronavirus, ottomila in isolamento in Sardegna tra attesa e angoscia

di Roberto Petretto
Coronavirus, ottomila in isolamento in Sardegna tra attesa e angoscia

Alla comparsa dei primi sintomi comincia l’odissea: il sistema in affanno. Si è passati dai 6-700 tamponi al giorno di aprile agli oltre 4mila di domenica

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SASSARI. A marzo e aprile l’impatto con la pandemia è stato vissuto in modo traumatico, anche per l’effetto provocato dai mesi di blocco totale. Però si aveva, almeno in Sardegna, la sensazione di una minaccia certamente grave, eppure ancora lontana. La seconda ondata ha portato il virus nelle nostre famiglie, tra i nostri amici e oramai è quasi impossibile non conoscere qualcuno che non sia stato toccato o dal contagio o dal sospetto di essere stato contagiato. E con la conoscenza ravvicinata è arrivata anche la percezione di quali siano le difficoltà a cui va incontro chi viene investito dal dubbio di aver contratto il Covid.

Inizia l’odissea. «Capisco che dopo giorni di attesa, quando le condizioni di salute peggiorano, si possa essere presi dal panico. E se nessuno viene ad assisterti e ad accertarsi delle tue condizioni prendi la macchina e vai al pronto soccorso a cercare aiuto, anche se non dovresti farlo»: questa una parte della testimonianza, raccolta nei giorni scorsi da La Nuova, di una donna cagliaritana contagiata dal virus e rimasta in attesa di un tampone per 16 giorni. Angoscia comune a tanti, che inizia al manifestarsi dei primi sintomi e che continua, sia che la malattia ci sia veramente o che non venga accertata. L’angoscia di chi sta a casa in attesa di cure e sostegno (che spesso non arrivano) o di una certezza che dissolva le paure.

Confinati in casa. Sono quasi 8mila i sardi che si trovano in isolamento domiciliare, secondo l'aggiornamento di domenica dell’unità di crisi. Di questi, tanti vivono nell’incertezza di un tampone che non arriva, di un’assistenza solo telefonica (a volte neppure giornaliera), di un monitoraggio “fai da te” con termometro e saturimetro, di terapie prescritte a distanza. In queste settimane le nostre cronache hanno raccontato tante storie di persone impaurite, preoccupate, che hanno atteso di migliorare aspettanto che il telefono squillasse, portando conforto e consigli.

Scenario 1: i contagiati. Quando si accusano i sintomi della malattia la prima cosa che si vuole sapere è una sola: è il Covid o una normale influenza? E qui arrivano i primi ostacoli. Avere una risposta non è semplice. Innanzitutto bisogna avvisare il medico di famiglia che, quasi sempre per telefono, cerca di capire la reale portata del problema attraverso una descrizione dello stato fisico. Di solito, se la situazione non è allarmante, si propende per una scelta prudente: antipiretici e monitoraggio. Passano alcuni giorni e se i sintomi persistono, il medico fa partire la segnalazione di “caso sospetto” all’Ats. E comincia l’attesa: quando arriveranno i sanitari per eseguire il tampone? I tempi, nelle ultime settimane si sono allungati. Come raccontano tanti lettori si possono oltrepassare i dieci giorni, qualcuno è arrivato anche a 15-16. Ma poi bisogna aspettare ancora, per avere l’esito del tampone. E anche qui i tempi si sono dilatati. I laboratori sono sommersi di lavoro: durante la prima fase della pandemia in Sardegna raramente si arrivata a 6-700 tamponi giornalieri. Ora si è stabilmente oltre i 2.500 e si arriva, come domenica, a superare i 4mila test al giorno. E chi è in casa, magari con febbre alta, non può fare altro che sperare, nell’attesa, che le sue condizioni non peggiorino tanto da richiedere un ricovero.

Scenario 2: i non contagiati. Non se la passano molto meglio, a livello di incertezza, quelli che hanno sintomi, ma poi vengono “liberati” dall’angoscia con un test negativo. Anche per loro, però, l’attesa è stressante e lunga. Nell’incertezza, infatti, c’è il rischio che le verifiche dell’Ats arrivino ancora più tardi. E così si vive in un limbo, non si può andare a lavorare, ma non si è in malattia. E così ci sono tanti che aggirano il sistema di controllo ufficiale e si rivolgono ai privati per un tampone rapido. In alcuni centri si effettuano anche 100 tamponi al giorno, con positività riscontrate nell’ordine del 15-17 per cento. Casi che poi vanno confermati dai tamponi del sistema pubblico e che, nell’attesa, costringono le persone all’isolamento. E così si rimane su una giostra dalla quale è sempre più difficile scendere.

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