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Moby Prince, Chessa: «Siamo feriti ma non ci fermiamo: vogliamo la verità»

Il figlio del comandante contro il tribunale di Firenze: «Lo Stato che va contro lo Stato è di una gravità estrema»


18 novembre 2020 di Alessandro Pirina


SASSARI. La sentenza del tribunale civile di Firenze ha di nuovo raggelato i rapporti tra lo Stato e i parenti delle 140 vittime della Moby Prince. Rapporti fatti di molti bassi e pochi alti. Ma tra questi ultimi c’è stato il lavoro della commissione d’inchiesta che aveva fatto emergere verità molto diverse da quelle che fino a quel momento erano venute fuori dai tribunali. Ma queste verità sono state ora quasi cancellate da questa nuova sentenza che ha dichiarato prescritte le richieste di risarcimento dei familiari. Andando però molto oltre, e liquidando il lavoro della commissione come «un atto politico». Una nuova ferita per Luchino Chessa, medico e professore universitario, che in quella tragica notte del 10 aprile 1991 perse i genitori: il padre Ugo, cagliaritano, era il comandante del traghetto, che quella sera aveva portato a bordo la moglie Maria Giulia Ghezzani.

Chessa, questa sentenza è molto diversa da quanto avevate sperato voi familiari.
«È stata una sentenza inaspettata. Non avrei mai pensato che si sarebbe arrivati a questo punto. Non è concepibile che dei magistrati sostengano che il lavoro di una commissione di inchiesta non abbia alcuna valenza se non politica. È di una gravità estrema. E fa molta rabbia. Perché in questo modo stai dicendo che tutte le commissioni d’inchiesta hanno solo valenza politica. E dunque anche Moro, Ustica, Stragi. Stai sminuendo il lavoro dei parlamentari».

La commissione presieduta da Silvio Lai aveva fatto riconciliare voi familiari con lo Stato.
«La commissione aveva evidenziato tutta una serie di aspetti che andavano a modificare le verità processuali. Fu un lavoro importante lungo due anni interi. Fossi in Silvio Lai, in Luciano Uras o negli altri componenti ci rimarrei molto male»

Per quasi 25 anni la Moby Prince è stata una tragedia dimenticata?
«È sempre stata ritenuta un banale incidente: un traghetto che finisce sulla petroliera. Mai è stata presa in considerazione come strage. Finalmente nel 2014 c’è stato un avvicinamento con alcuni rappresentanti delle istituzioni. Il presidente Pietro Grasso è stato per noi un punto di riferimento importante. Come anche Silvio Lai. O l’ex deputato Michele Piras. Tutte una serie di persone sensibili con cui siamo riusciti ad avere un contatto più che istituzionale. È stato un cambio di passo importante. Dispiace dunque che adesso lo Stato - perché il tribunale è Stato anch’esso - si pronunci contro lo Stato».

Di tutti i familiari lei è quello che porta il peso maggiore, perché è il figlio del comandante della nave.
«Questi trent’anni sono stati un periodo molto pesante. Se mi guardo indietro mi chiedo come ho fatto a sopportare certe situazioni. Penso alle infamanti accuse a mio padre che ci hanno fatto molto male. Ma anche il fatto di essere veramente soli è stato difficile da sopportare. È stato come precipitare in un incubo».

Con i familiari delle altre 140 vittime vi sentite?
«Abbiamo una chat su whatsapp. Io e mio fratello Angelo (insieme guidano l’associazione 10 aprile, ndr) , e anche Loris Rispoli (presidente di #iosono 141, ndr) siamo più addentro a queste battaglie. Ma gli altri forse soffrono ancora di più».

Questa sentenza vi ha ferito. Pensate di gettare la spugna?
«Non ci arrendiamo. Abbiamo scritto a Mattarella, Conte, Fico e Casellati. Aspettiamo che almeno una delle cariche interpellate si faccia sentire. E nel frattempo proseguiamo con il ricorso in Corte d’appello, dove continueremo la nostra ricerca della verità».

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