Si scava alla ricerca di pezzi di vita e normalità
La farmacia che riapre, la donna che vuole ritrovare i gioielli di famiglia. E tante storie di solidarietà
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BITTI. A Bitti ieri è arrivato un tir carico di aiuti concreti, da parte della comunità cinese di Olbia. Acqua, fazzoletti, tovaglioli, bicchieri e piatti: come se avessero letto l’elenco diramato dal Comune sulle cose che servono e su quelle che invece non servono. Servono guanti, incerati, varechina, mascherine FFP2, disinfettanti per le mani. E poi rotoloni di tovaglie di carta, piatti, bicchieri e posate di plastica, Scottex, carta igienica, scope, palette e detersivi. Non sono necessari giocattoli, pannolini, omogenizzati, merendine o alimenti particolarmente deperibili. «Sarebbe utile concordare gli invii con gli uffici dei Servizi sociali ai numeri: 3298109323 - 3332371759 poiché ogni giorno vanno valutate le reali necessità».
Attorno alla piazza Asproni si fanno le prove tecniche di una normalità sospesa a data da destinarsi. E così Josetta Buffoni, titolare della farmacia, saluta come un piccolo miracolo il fatto che nell’antica fontana nel cortile sul retro della palazzina, dalla quale non scendeva acqua da anni, il liquido abbia ripreso improvvisamente a scorrere. «Qualche giorno fa, incredibile», racconta. Anche la farmacia è stata invasa da acqua e fango, ma in maniera minore perché la palazzina non è nella direttrice di Lampione. Basta spostarsi di 50 metri per arrivare alla casa dalla quale è stata strappata Lia Orunesu, l’anziana portata via dalla furia dell’acqua e delle macerie. Le stesse che, incessantemente, i bittesi continuano a spalare, qui e nella parte bassa del paese. Il rumore delle terne, dei mezzi dell’Esercito e di tutte le forze in campo fanno da colonna sonora per immagini traumatizzanti. Uomini e donne, in divisa e non: tutti hanno qualcosa da fare. Non si perde tempo a Bitti, e la cifra comune è una straordinaria dignità. Nessuno si lamenta, non ad alta voce, almeno.
L’ex sindaco Antonio Carzedda (94-98), è, come tutti gli altri, coperto di fango da capo a piedi. Ha dato una mano da qualche parte, perché chi ha subito meno danni si mette a disposizione degli altri. «Non credo si potesse prevedere quel che è accaduto, superiore al ciclone Cleopatra – dice –. Certo, il paese deve essere rimodellato con un intervento radicale».
Da qualche parte, mentre si portano via quel che resta di masserizie e mobili, c’è anche chi scava con i guanti. «Cerco i gioielli che mi hanno lasciato mio fratello e mia sorella, prima di morire», spiega Pietrina Delogu. È una questione di recuperare affetti, pezzi di una vita che sembra lontanissima.
Poco più giù nella piazza, ci sono alcuni bambini. Si spingono a turno su una carriola. Sporchi, allegri. Un’idea di gioia in questo disastro. (simonetta selloni)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Attorno alla piazza Asproni si fanno le prove tecniche di una normalità sospesa a data da destinarsi. E così Josetta Buffoni, titolare della farmacia, saluta come un piccolo miracolo il fatto che nell’antica fontana nel cortile sul retro della palazzina, dalla quale non scendeva acqua da anni, il liquido abbia ripreso improvvisamente a scorrere. «Qualche giorno fa, incredibile», racconta. Anche la farmacia è stata invasa da acqua e fango, ma in maniera minore perché la palazzina non è nella direttrice di Lampione. Basta spostarsi di 50 metri per arrivare alla casa dalla quale è stata strappata Lia Orunesu, l’anziana portata via dalla furia dell’acqua e delle macerie. Le stesse che, incessantemente, i bittesi continuano a spalare, qui e nella parte bassa del paese. Il rumore delle terne, dei mezzi dell’Esercito e di tutte le forze in campo fanno da colonna sonora per immagini traumatizzanti. Uomini e donne, in divisa e non: tutti hanno qualcosa da fare. Non si perde tempo a Bitti, e la cifra comune è una straordinaria dignità. Nessuno si lamenta, non ad alta voce, almeno.
L’ex sindaco Antonio Carzedda (94-98), è, come tutti gli altri, coperto di fango da capo a piedi. Ha dato una mano da qualche parte, perché chi ha subito meno danni si mette a disposizione degli altri. «Non credo si potesse prevedere quel che è accaduto, superiore al ciclone Cleopatra – dice –. Certo, il paese deve essere rimodellato con un intervento radicale».
Da qualche parte, mentre si portano via quel che resta di masserizie e mobili, c’è anche chi scava con i guanti. «Cerco i gioielli che mi hanno lasciato mio fratello e mia sorella, prima di morire», spiega Pietrina Delogu. È una questione di recuperare affetti, pezzi di una vita che sembra lontanissima.
Poco più giù nella piazza, ci sono alcuni bambini. Si spingono a turno su una carriola. Sporchi, allegri. Un’idea di gioia in questo disastro. (simonetta selloni)
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