Tusacciu, guru dei magneti: dal tonfo alla rinascita

L’imprenditore di Calangianus con Geomag e Supermag creò un impero. Poi il fallimento e il sequestro dei beni: «Persi tutto e rimasi solo ma ce l’ho fatta»

SASSARI. Quando gli chiedono quanti dipendenti ha e lui risponde «siamo 15 in azienda compresi noi della famiglia» è un coro di complimenti: caspita, tanti, non ci sono in giro molte attività con questi numeri. E lui sorride, perché un tempo i dipendenti erano 220 solo a Calangianus più almeno un’altra ventina distribuiti nelle filiali in mezzo mondo. Era il tempo del Geomag e del suo successore Supermag, delle barrette magnetiche al centro di un impero milionario nato e cresciuto alla fine degli anni Novanta ed imploso in un amen, un impero che nel 2004 produceva 50 milioni di fatturato di cui 17 solo in Italia, sepolto da un mare di debiti per tanti motivi: la concorrenza, le clonazioni e gli eccessi, come gli spot pagati a peso d’oro per le manie di grandezza del titolare di quell’impero che non seppe cogliere il momento giusto per fermarsi. Il re senza più corona è Edoardo Tusacciu: oggi ha 62 anni, ne aveva una quarantina quando divenne uno degli imprenditori più conosciuti al mondo, che sedeva a tavola con i potenti, andava sui giornali e in tv. Osannato, ricercatissimo e circondato dall’invidia: «Sa quale frase dicevano in quegli anni a Calangianus? “Lachétilu alzà chi faci più rumori candu fala...” (lasciatelo sollevare così fa più rumore quando cade). Tanti hanno goduto quando la mia azienda è fallita, quando le banche mi hanno preso tutto, quando non sapevo dove sbattere la testa e con mia moglie ci siamo guardati negli occhi “e ora che facciamo?” Tanti mi hanno usato quando la mia stella brillava, bussavano a casa mia e io aprivo a tutti, perché sono fatto così. Poi la mia azienda è morta e al funerale non è venuto nessuno: lì ho capito che vali solo sino a quando sei qualcuno. Poi ti devi arrangiare se non vuoi affogare. Mi credevano morto, invece sono ancora a galla».



L’infanzia nel sughero. C’è una persona che più di tutte ha condizionato la vita e le scelte di Edoardo Tusacciu. Si chiamava Pinuccia Mossa ed era sua mamma. Di figli ne aveva avuto 9 e ne ha seppelliti 6: quattro femmine e due maschi sono morti presto perché affetti da una malattia congenita. «Erano privi di difese immunitarie, bastava un raffreddore e se ne andavano – racconta Edoardo Tusacciu – a casa nostra c’era più o meno un funerale all’anno. Quando sono nato come secondo nome mi hanno imposto Pio e mi hanno fatto indossare il saio da frate per un voto fatto a Sant’Antonio da Padova. È stata un’infanzia segnata dai lutti e di studiare non se ne parlava anche perché non avevamo i mezzi: mio padre faceva l’operaio e le bocche da sfamare erano tante. Così a 14 anni entrai in un sugherificio, a Calangianus era l’unica possibilità. Guadagnavo 250 lire all’ora, dalle 6 del mattino per 10 ore. Lavoravo per un estraneo, poi mia madre decise che dovevo cambiare: venne fuori quello spirito imprenditoriale che ho ereditato da lei». Mamma Pinuccia entrò in società con il fratello Mario, titolare di un sugherificio ben avviato, ma siccome non aveva abbastanza soldi fece questo accordo: «Avrei lavorato gratis per mio zio per quattro anni, in cambio lui si impegnò a provvedere alle spese per quando mi sarei sposato. A me non conveniva, ma mi feci subito apprezzare: così mio zio trovò il modo di farmi guadagnare qualcosa fuori orario. Aveva avuto un’intuizione geniale. Al tempo in paese c’erano 300 sugherifici che producevano semilavorati: per realizzare i tappi li spedivano ad aziende della Penisola. Mio zio decise di acquistare il macchinario che consentiva di realizzare il prodotto finito: fu un successo, venivano tutti da noi, fummo sommersi di richieste. Stavo tutto il giorno in fabbrica, non dormivo mai. Avevo 16 anni e le tasche piene di soldi: li spendevo con gli amici, mi piaceva condividere la mia fortuna. A 18 anni acquistai la mia prima auto: era una 112 Abarth color bronzo, la pagai 3 milioni e 750mila lire. Poi mio zio decise di costruire un’azienda ancora più grande. E mia madre, sempre lei, gli disse “va bene però oltre a Edoardo prendi a lavorare anche Giovanni ed Enrico”, i miei fratelli». Quando avevo 26 anni mio zio andò in pensione e l’azienda restò a noi tre. Iniziai ad avere rapporti con i clienti e con le banche. C’era diffidenza, il ricambio generazionale spaventava. Ma l’azienda continuò a crescere grazie anche a nuove commesse in Italia e all’estero: arrivammo ad avere 50 dipendenti e 10 miliardi di fatturato. Nel frattempo mi ero sposato ed ero diventato padre, mi godevo la vita, giravo il mondo. Ma ero insoddisfatto. Il sughero non mi piaceva, era un mestiere usurante. Volevo creare qualcosa di mio».

L’era del magnete. È il 1998, nel sugherificio dei fratelli Tusacciu arriva Claudio Vicentelli, consulente milanese neppure trentenne. «Iniziammo un rapporto di collaborazione, eravamo molto diversi ma lavoravamo bene insieme. Diventammo amici. Un giorno Claudio mi disse che doveva andare alla fiera di Norimberga per proporre un gioco che aveva inventato. Mi incuriosii: erano pezzetti di tubo collegati con dei magneti, una ventina in tutto, e delle palline. Da Norimberga tornò avvilito perché nessuno volle investire su quel gioco artigianale. A me invece era piaciuto subito. E pensai “se piace a me piacerà a tutto il mondo”. A Vicentelli dissi: lo voglio io, dammelo e lo svilupperò. Trovammo un accordo e firmammo un contratto. E lì – dice Tusacciu – commisi l’errore più grande. Mi impegnai a pagare 100 milioni e a versare il 5% delle royalties sui guadagni: mi convinsi di avere acquistato il brevetto. Non era così». Nel frattempo nonostante la diffidenza di tutti «tranne mia moglie» Tusacciu si butta a capofitto nella nuova impresa: vende il sugherificio e fonda una nuova azienda, la Plastwood srl. La barretta magnetica diventa un chiodo fisso e bisogna trovare il modo di produrla a livello industriale. «Acquistai un macchinario capace di produrne 6mila in 24 ore, pochissime ma almeno era un inizio. Poi riuscii ad avere un aggancio con una agenzia di pubblicità a Roma: feci un accordo e alla fine del ’99 organizzarono una conferenza stampa. C’erano decine di giornalisti, io presentai il Geomag come i Lego del nuovo millennio. Il giorno dopo ero su tutti i giornali. Ma la svolta si fece attendere». Arrivò nel 2000, con una bimba che su Italia 1 mostrava una trottolina fatta con le barrette Geomag e diceva “non ho mai visto nulla di simile”. «Fu il botto, tutti volevano il gioco e noi non avevamo abbastanza macchinari. Ne acquistai due per 500mila euro, poi si moltiplicarono sino a diventare 18. Nel 2001 la Plastwood fece 16 milioni di fatturato, vendevamo in decine di paesi, aprimmo un ufficio a New York, ero lì il giorno dell’attentato alle torri gemelle. Poi, nel 2002 il patatrac». Perché Vicentelli, l’inventore del Geomag, chiese di rispettare il contratto. Nel quale non c’era scritto che il brevetto era stato ceduto a Tusacciu: al contrario, i 100 milioni erano solo la base d’acquisto. I due divorziano, ma Tusacciu non molla: «Riparto da un prodotto simile e lo chiamo Supermag. Vicentelli mi denuncia, il processo va avanti per 5 anni. Il giudice alla fine stabilisce che Supermag non è la copia del Geomag. Ho vinto io». Il prodotto piace e vola sui mercati: 37 milioni di fatturato nel 2003, 50 nel 2004, con Mike Bongiorno testimonial. L’azienda a Calangianus si allarga, all’interno lavorano 220 persone, inizia a prendere forma un mega capannone di 22mila metri quadri. In quei giorni Tusacciu riceve la proposta da capogiro da Megablocks: il colosso Usa vuole rilevare la Plastwood e mette sul piatto 50 milioni di euro. «Rifiuto, perché eravamo sulla cresta dell’onda e grazie a noi la Sardegna, la Gallura si stavano arricchendo. Loro avrebbero chiuso tutto, che fine avrebbero fatto i miei dipendenti?». Invece è quello l’inizio della fine. Perché la concorrenza incalza e un’azienda americana mette in commercio barrette sotto costo simili al Supermag: un bimbo di Seattle, due anni e mezzo, ne ingoia una e muore. «Non avevamo colpe ma il danno d’immagine si rivelò enorme. Verso il prodotto si sviluppò diffidenza, le ordinazioni calarono. La Plastwood era molto esposta con le banche, presentai un nuovo business plan ma il fatturato crollò. Chiesi aiuto a tutti, per due volte parlai con l’ex governatore Renato Soru. Fu inutile. Nel 2007 sollecitai il concordato, i debiti furono ridotti del 70%. Ma non bastò. Nel 2010 mi presentai dai giudici e dissi: l’azienda non può risollevarsi, facciamola fallire. Le banche si presero tutto, azienda, capannone, casa, auto. A 50 anni rimasi con pochi spiccioli e zero prospettive».

Il nuovo inizio. La Plastwood srl non c’è più, dal 2010 c’è la Plastwood Italia. Il Supermag invece esiste ancora e con lui altri giochi con le stesse caratteristiche ma per bimbi più piccoli. L’azienda è ripartita «da me, mia moglie, i miei due figli e un paio di dipendenti storici. Ora siamo in 15. Vivo una seconda vita». Profilo più basso «perché si cresce» e fatturato top secret «certe cose ora le tengo per me». È un altro Tusacciu, ma rifarebbe tutto. «Ho sbagliato, sono stato superficiale, mi sono fidato troppo. E non mi sono saputo fermare. Ma ho rischiato per creare qualcosa di mio, per realizzare un sogno. E una vita senza sogni non merita di essere vissuta».

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