Quella raffica di mitra a Oniferi, da 50 anni senza un perché

Stefania Piras è la sindaca di Oniferi

La sindaca ricorda l’omicidio di uno zio, ucciso nell’agro del paese. Gli assassini non sono mai stati trovati e anche il movente è ancora misterioso

ONIFERI. Si dice che i cari estinti assaporino le carezze in tutta la loro dolcezza anche a moltissimi anni di distanza dalla loro scomparsa. Così Stefania Piras, sindaca di Oniferi, questa tenerezza l’ha espressa tutta nei confronti dello zio e alla sua memoria di uomo giusto. Un lavoratore come tanti che non meritava la fine che ha fatto. Stefania ha depositato nei giorni scorsi (in occasione del cinquantesimo anniversario della morte) un mazzo di fiori accanto alla lapide dello zio, fratello di suo nonno. Si chiamava Matteo Piras e aveva 49 anni, quando il 7 dicembre del 1970 morì per mano assassina nelle campagne di Oniferi falciato da una raffica di mitra. Mezz’ora prima di lui e ad una ventina di chilometri di distanza la stessa triste sorte era toccata, a Ottana, al geometra bergamasco Pietro Ghitti, forse in un tentativo di sequestro fallito per la reazione dell’uomo.

Un dolore che non si spegne. Del parente ucciso misteriosamente Stefania Piras, sindaca del paese barbaricino dal 2012, ha sentito parlare a casa dal padre. Una vicenda affrontata a voce bassa e malvolentieri sempre con un misto di dolore e rabbia di chi è consapevole di quanto dolore sia poi derivato da quei fatti. Un episodio che ha fatto soffrire e magari si cercava di rimuovere per non far tornare quel dispiacere lacerante della perdita così tragica e feroce di un caro. «Devo dire che mi sono stupita quando ho pensato che mio padre non mi avesse dato il suo nome, così come accade nelle nostre tradizioni», spiega Stefania Piras che il 7 di dicembre scorso a 50 anni esatti dal delitto è andata in quel podere delle campagne del paese per deporre dei fiori accanto alla lapide dello zio Matteo. «Non posso non pensarci anche perché io sono nata il 6 dicembre e il mio compleanno precede di un giorno l’anniversario della sua morte. Vorrei che il suo nome venisse ricordato. Fu una vittima innocente di qualcosa di più grande di lui, la sua sfortuna fu soltanto quella di aver intercettato gli assassini che tornavano da Ottana dove avevano già ucciso il geometra Ghitti e si volevano disfare, bruciandola, della macchina nei terreni che i miei zii utilizzavano come pascolo».

Un sequestro finito male. Per l’omicidio Ghitti le indagini dei carabinieri (allora comandava il nucleo investigativo di Nuoro il capitano Francesco Delfino, poi diventato generale e finito al centro di un grosso scandalo) sostennero che l’uomo, dipendente di una ditta che doveva effettuare uno sbancamento per la futura industria nella Sardegna centrale, si era ribellato ad un tentativo di sequestro di persona. Una reazione veemente che pagò con la vita. Insomma, un sequestro di persona andato male con la morte non preventivata dell’ostaggio. Ma sull’intera vicenda aleggia anche l’ombra dell’eversione (l’anno prima ci fu un contatto tra Graziano Mesina e l’editore Gian Giacomo Feltrinelli che voleva fare della Sardegna la Cuba del Mediterraneo), che mal digeriva la presenza di un nascente complesso industriale nella Sardegna centrale agricola e pastorale. Probabilmente la verità non verrà mai a galla. Ma da quel duplice omicidio costellato da coincidenze assurde e tragiche sono, a distanza di mezzo secolo, più i dubbi che le verità ad emergere. Di certo c’è – lo dirà una perizia balistica – che fu un’unica mano e la stessa arma – la mitraglietta MAB della Beretta in uso alle forze dell’ordine – a firmare i due delitti. Entrambi commessi, nella stessa notte insanguinata del dicembre del 1970. Due vite spezzate senza un motivo certo, anche perché le indagine svolte all’epoca furono lacunose e difficili. E poi, soprattutto, perché il processo nei confronti dei due presunti colpevoli si concluse con un’assoluzione per insufficienza di prove.

Il giallo del mitra. L’uso di quel mitra fu sicuramente un fatto anomalo per la criminalità sarda che anche per quanto riguarda la potenza di fuoco aveva le sue preferenze. In particolare si prediligeva il mitra inglese Sten, l’americano Thompson, mentre Mesina era in possesso della famosa “Murripinta” uno Spandau tedesco che arrivava da un deposito segreto di Isili.

A dire che ad uccidere Ghitti e Piras era stata la stessa arma, una mitraglietta, fu una perizia balistica disposta dagli inquirenti. Al geometra, arrivato dalla Lombardia, alle dipendenze di un’impresa incaricata dello sbancamento nella piana di Ottana è dedicata una strada. Il suo delitto provocò un’enorme eco a livello nazionale come dimostrano le cronache dei principali giornali. Per Matteo Piras niente e nessuno che lo ricordi, se non la lapide fatta costruire e poggiare dalla famiglia in quella tanca dove mezzo secolo fa pascolava il bestiame che l’uomo accudiva assieme a suo fratello Salvatore. «Anche per questo voglio ricordarlo. La sua scomparsa ha provocato nella mia famiglia tante sofferenze. La sua storia è sconosciuta ai più e io, per un debito familiare, la voglio raccontare», rimarca Stefania Piras, 39 anni.

Mezzo secolo di oblio. «Erano iniziati da poco i lavori di sbancamento della piana di Ottana per l'edificazione delle fabbriche che avrebbero dovuto portare ricchezza e benessere. Una storia di cui tutti oggi conosciamo la fine. Ma la storia di mio zio Matteo sono in molti a non conoscerla e ci tengo a renderla pubblica. Seguirono una serie di brutte maldicenze, sospetti, dubbi che gettano nello sconforto tutta la famiglia ma anche tutta la comunità oniferese. Lui fu a tutti gli effetti un morto di serie B, poi se posso aggiungere era un pastore. E allora forse più di oggi se sei un pastore è più facile credere che tu abbia fatto piuttosto che tu abbia visto», continua la nipote di Matteo Piras. Lo zio, quella notte, sentiti dei rumori fuori dalla casetta in campagna, uscì per controllare le sue pecore. Vide in faccia i malviventi, gli stessi che 15 minuti prima avevano ucciso ad Ottana Pietro Ghitti, e che gli scaricano addosso una raffica di mitra. Matteo non muore sul colpo ma viene trasportato all’ospedale di Nuoro, dove smetterà di respirare poche ore dopo. «La storia non ci ha mai consegnato i colpevoli e le due persone all'epoca processate vennero assolte per insufficienza di prove. È una storia che si ripete. Oggi a 50 anni dalla scomparsa di Mattieddu ho voluto ricordarlo nel luogo del suo assassinio con un mazzo di fiori e ringraziarlo per l'esempio che è stato. L'industrializzazione di Ottana alla mia famiglia non ha portato niente di buono. Ma credo che dopo mezzo secolo si possa affermare come poco sia rimasto di quel sogno a tutti gli abitanti della Sardegna centrale», ha concluso Stefania Piras che nei giorni scorsi ha raccontato la vicenda di Matteo nella sua pagina facebook, dove ha anche condiviso una bella poesia che il vate oniferese Peppe Brau (coro di Oniferi) scrisse per Matteo. «La trovo bellissima e mi fa piacere farvela conoscere assieme alla storia di mio zio».

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