A 75 anni in volo nel vento: l’Icaro sardo sempre più su

Antonello Pistidda si butta ancora con il parapendio: nessuna paura, solo pace. Nel 1976 fu il primo nell’isola a lanciarsi con il deltaplano da Scala Piccada

SASSARI. Anche l’età, quando sei in volo diventa una sostanza rarefatta. Sei così leggero che non la senti. Ma quando il suo aquilone e tutti i suoi anni si posano nuovamente sulla terra ferma, la gente rimane a bocca aperta. Si aspetta di vedere un ragazzino, si trova davanti un omone che a 75 anni ha ancora voglia di respirare, col parapendio, il senso di libertà.

Nel 1976 lo chiamavano l’Icaro Sardo. Antonello Pistidda, sassarese, disegnatore e progettista nel settore petrolifero, è stato il primo in Sardegna a prendere la rincorsa verso uno strapiombo, lanciarsi nel vuoto, per poi decollare sulle ali di un deltaplano.


Osilo, Valledoria, La Siesta ad Alghero, l’Argentiera, e poi i pendii, e gli strapiombi di tutta l’isola. Un pioniere del volo libero, quando quel triangolo di tela vibrante si chiamava “Ala Rogallo” ed era ancora ingegneria tutta da sperimentare. «Se quaranta anni fa avessi conosciuto la tuta alare, penso che l’avrei provata. Sono sempre stato curioso, da giovane ero anche più incosciente e non avevo paura. Correvo in moto con la Ducati, amavo la velocità, le sfide. Volare significa superare i nostri limiti fisici, è il desiderio più grande dell’uomo».



Caricava tutta l’attrezzatura sulla capotta della sua Cinquecento bianca, con le aste lunghe 5 metri del deltaplano che sporgevano davanti e dietro. Prendeva i tornanti di Scala Piccada, traiettorie generose, come fosse alla guida di un autoarticolato. Lui al volante e al suo fianco Speranza, donna di grande simpatia e infinita pazienza. Racconta: «Le mie amiche belle spaparanzate al mare ad abbronzarsi, e io dietro questo scapestrato ad arrampicarci, con trenta chili di deltaplano sulle spalle, in sentieri che nemmeno le capre, tra montagne, dirupi e strapiombi». Uno degli spot preferiti era Alghero, tra Scala Piccada e le scogliere di Capo Caccia. «Aveva costruito una rampetta di legno, sulla quale prendeva la rincorsa. Io stavo sotto a tenergli cavi. Poi quando correva io mi abbassavo, mi facevo piccola piccola, mollavo la presa e lui spiccava il volo».

Alle volte sfruttava le stesse correnti ascensionali dei grifoni, e volteggiavano insieme, nella pace del silenzio, sopra il mare, le onde e le rocce selvagge. Il primo club di volo libero in Sardegna, fondato nel 1977, si chiamò proprio “I Grifoni”. «Non sono un malato di adrenalina. Forse all’inizio lo ero. Volare col deltaplano, e ancora di più col parapendio, significa stare immerso nella tranquillità più assoluta. Ti godi il paesaggio, il vento, e anche lo stare con te stesso». Riflette: «Chi non lo ha mai provato, la prima cosa che ti chiede è questa: non hai paura del vuoto? Non provi le vertigini? Quando voli fai parte dell’aria, non puoi avere le vertigini. Perché questa percezione è legata al timore di cadere. Se io vado sopra un terrazzo al quinto piano e mi sporgo, allora sì che ho una sensazione di vertigine. Perché sono sulla terra ferma e so che se faccio un passo, precipito».

In cielo non hai appigli, tutto è a mollo nella stessa impalpabile sostanza, fatta di pace e di niente. «Alle volte sono talmente rilassato che mollo i comandi, prendo la gopro e comincio a filmare, oppure infilo le mani in tasca e prendo panino e birra e pranzo, mentre il vento mi porta a spasso». Appesi alla mezzaluna del parapendio si dondola lenti e leggeri, seduti con le gambe penzoloni come sopra un’altalena. Si pilota tirando e mollando i fili, gonfiando di vento il paracadute, e se sei bravo riesci ad atterrare lieve come una piuma anche in un metro quadrato. Si ritrovano in quindici sulle cime delle montagne o sul margine degli strapiombi. Anche due o tre volte alla settimana, se il tempo lo consente. E una planata può durare anche due ore, da Alghero si può arrivare in un solo soffio sino a Bosa.

«Nelle pareti rocciose di Nulvi nidificano le poiane – racconta Antonello Pistidda – sono rapaci molto territoriali, che quando vedono un intruso lo attaccano. È capitato di dover scappare, perché le poiane prima prendono quota e poi si lanciano in picchiata contro il paracadute, aprendo piccoli squarci con gli artigli sulla tela. Noi voliamo a venti all’ora, e loro a 200».

Il deltaplano era più aerodinamico e adrenalinico. Ma anche più scomodo da montare e trasportare, con i suoi 30 chili. Invece il parapendio si piega in uno zaino, un fagotto di 15 chili pronto all’uso, da tenere nel cofano dell’auto. Annusi l’aria, il vento, e devi solo decidere dove andare a buttarti. L’evoluzione dal deltaplano al parapendio è proprio una questione di età e di confort. Sale l’anagrafe, scende la fatica. Ora anche le falesie di Balai, quando le raffiche sono tese, diventano un ottima pista di decollo. Antonello Pistidda distende il paracadute vicino alla chiesetta, lo gonfia, poi aspetta la raffica giusta e dopo qualche secondo diventa una foglia sospinta dal vento.

«Prima o poi dovrò provare anche a lanciarmi da un aereo col paracadute. È una cosa che mi sono ripromesso di fare, ma poi ho sempre rimandato. Ho un po’ paura, ma solo di restare deluso». Un salto nel vuoto di venti secondi, intenso, adrenalinico, ma una fiammata troppo breve per chi è abituato, da quarant’anni, a volare come gli uccelli.

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