Una scritta come un grido: «Giustizia per Giuseppe»
di Giusy Ferreli
Quattro anni fa l’omicidio del gioielliere Manca: la zia chiede che sia fatta luce
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SORGONO. Il barbaro omicidio di quel nipote amato alla stregua di un figlio è una ferita lacerante che non si rimarginerà mai. Ma ciò che toglie il sonno a Maria Murgia, unica zia da parte di madre di Giuseppe Manca, gioielliere di Sorgono morto a 63 anni dopo essere stato legato e imbavagliato ad una sedia nella sua casa di corso IV Novembre, è la corsa contro il tempo per ottenere giustizia. Una giustizia che, tuttavia, stenta ad arrivare. «Tra pochi mesi compirò 84 anni e so che non mi resta ancora molto tempo. Da quattro anni attendo di sapere il nome dei delinquenti che hanno tolto la vita a mio nipote: delle indagini, che dicono siano tuttora in corso, ancora nulla ci è dato a sapere», dice l’anziana donna che parla senza tentennamenti.
«Non vorrei - incalza - che queste indagini venissero archiviate e che questo crimine passi nel dimenticatoio». L’età avanzata e il dolore che turba incessantemente le sue notti , non le hanno tolto lucidità. Anzi. Invocare giustizia è l’unica cosa che Maria Murgia intende fare, se necessario sino alla fine dei suoi giorni per onorare la memoria di un «uomo buono e garbato che non meritava certo una fine del genere».
Sabato notte, in concomitanza con l’anniversario dell’omicidio, uno dei tanti rimasti impuniti in una terra senza pace, ha appeso uno striscione sopra la serranda della gioielleria “Cose belle”, teatro dell’efferato omicidio nella notte tra il 6 ed il 7 febbraio di quattro anni fa. Due date in rosso, 2017-2021, e tre parole in nero, “giustizia per Giuseppe”, campeggiano sul bianco di un lenzuolo al fine di squarciare il velo di silenzio che da tempo accompagna le indagini sulla rapina.
«Non posso accettare che chi gli ha teso un agguato in casa, nella sua camera da letto, e lo ha fatto morire senza pietà, possa circolare liberamente. Non vorrei chiudere gli occhi senza conoscere l'identità di chi si è macchiato di questo crimine» prosegue Maria Murgia che rivolge il suo appello alla Procura di Oristano, chiamata a risolvere il caso, ma da dove non trapela nulla.
Nel racconto di zia Maria Murgia, trovano spazio i ricordi di un'esistenza spezzata per mano dei suoi simili ancora senza nome e senza volto.
«Giuseppe - racconta la donna - era un uomo benvoluto da tutti, che aspettava di andare in pensione per godersi la vita. La sua esistenza, sino ad allora, era stata dedicata al lavoro e alle due zie paterne che lo avevano cresciuto e che lui aveva accudito sino alla fine. Erano state loro, l'ultima mancata poco tempo prima della rapina, a prendersi cura di lui quando, ad appena cinque anni, era rimasto orfano di padre e di madre».
Non si era mai sposato, Giuseppe Manca, ma l'affetto e l'amicizia non mancavano di certo nella sua esistenza trascorsa all'insegna di una routine rassicurante: il lavoro in gioielleria, la pausa pranzo, la chiusura intorno alle 19.30. Ed ancora la passeggiata con la cagnolina Lilly e il salto al "Bar Sport" del paese del Mandrolisai dove, poco prima di cena, incontrava gli amici di sempre per un aperitivo e quattro chiacchiere in allegria. Quelle stesse persone che all'indomani del tragico fatto di sangue si erano strette attorno alla famiglia e che ora , come zia Maria, vorrebbero che le indagini facciano piena luce su questo crimine.
«La mia speranza è che fatti del genere non si ripetano, non solo nelle nostre piccole comunità, ma da nessuna parte. Giuseppe non meritava ciò che gli hanno fatto», dice ancora l'anziana donna che dice di crede nella giustizia divina ma pretende, prima che sia troppo tardi, anche quella terrena.
«Una giustizia che - sono le sue ultime, lapidarie parole - dovrà essere severa ed esemplare». Il suo appello, civile nei modi ma durissimo nella sostanza, rimarrà impresso in quel lenzuolo bianco e negli occhi di chi lo ha visto in questi freddi giorni d'inverno densi di memoria e dolore.
«Non vorrei - incalza - che queste indagini venissero archiviate e che questo crimine passi nel dimenticatoio». L’età avanzata e il dolore che turba incessantemente le sue notti , non le hanno tolto lucidità. Anzi. Invocare giustizia è l’unica cosa che Maria Murgia intende fare, se necessario sino alla fine dei suoi giorni per onorare la memoria di un «uomo buono e garbato che non meritava certo una fine del genere».
Sabato notte, in concomitanza con l’anniversario dell’omicidio, uno dei tanti rimasti impuniti in una terra senza pace, ha appeso uno striscione sopra la serranda della gioielleria “Cose belle”, teatro dell’efferato omicidio nella notte tra il 6 ed il 7 febbraio di quattro anni fa. Due date in rosso, 2017-2021, e tre parole in nero, “giustizia per Giuseppe”, campeggiano sul bianco di un lenzuolo al fine di squarciare il velo di silenzio che da tempo accompagna le indagini sulla rapina.
«Non posso accettare che chi gli ha teso un agguato in casa, nella sua camera da letto, e lo ha fatto morire senza pietà, possa circolare liberamente. Non vorrei chiudere gli occhi senza conoscere l'identità di chi si è macchiato di questo crimine» prosegue Maria Murgia che rivolge il suo appello alla Procura di Oristano, chiamata a risolvere il caso, ma da dove non trapela nulla.
Nel racconto di zia Maria Murgia, trovano spazio i ricordi di un'esistenza spezzata per mano dei suoi simili ancora senza nome e senza volto.
«Giuseppe - racconta la donna - era un uomo benvoluto da tutti, che aspettava di andare in pensione per godersi la vita. La sua esistenza, sino ad allora, era stata dedicata al lavoro e alle due zie paterne che lo avevano cresciuto e che lui aveva accudito sino alla fine. Erano state loro, l'ultima mancata poco tempo prima della rapina, a prendersi cura di lui quando, ad appena cinque anni, era rimasto orfano di padre e di madre».
Non si era mai sposato, Giuseppe Manca, ma l'affetto e l'amicizia non mancavano di certo nella sua esistenza trascorsa all'insegna di una routine rassicurante: il lavoro in gioielleria, la pausa pranzo, la chiusura intorno alle 19.30. Ed ancora la passeggiata con la cagnolina Lilly e il salto al "Bar Sport" del paese del Mandrolisai dove, poco prima di cena, incontrava gli amici di sempre per un aperitivo e quattro chiacchiere in allegria. Quelle stesse persone che all'indomani del tragico fatto di sangue si erano strette attorno alla famiglia e che ora , come zia Maria, vorrebbero che le indagini facciano piena luce su questo crimine.
«La mia speranza è che fatti del genere non si ripetano, non solo nelle nostre piccole comunità, ma da nessuna parte. Giuseppe non meritava ciò che gli hanno fatto», dice ancora l'anziana donna che dice di crede nella giustizia divina ma pretende, prima che sia troppo tardi, anche quella terrena.
«Una giustizia che - sono le sue ultime, lapidarie parole - dovrà essere severa ed esemplare». Il suo appello, civile nei modi ma durissimo nella sostanza, rimarrà impresso in quel lenzuolo bianco e negli occhi di chi lo ha visto in questi freddi giorni d'inverno densi di memoria e dolore.
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