Piero Mannironi, un cronista al servizio dei lettori e della verità

Un giovanissimo Piero Mannironi intervista Luciana Castellina per l'inchiesta sui missili alla Maddalena

La Nuova e il giornalismo sardo perdono una figura di umanità profonda e rara. Grande inviato, reportage scritti con uno stile parente stretto della letteratura

È un giorno tristissimo per il mondo dell’informazione della Sardegna che ha perso improvvisamente uno dei suoi più alti rappresentanti, un vero giornalista d’inchiesta come raramente si è visto nella nostra isola. È un giorno tristissimo in particolare per la Nuova Sardegna, che ha perso il suo più grande inviato, un cronista di razza che ha sempre considerato il proprio lavoro una missione al servizio dei lettori e della verità. Non è una frase retorica, soprattutto perché con Piero Mannironi il giornalismo sardo ha perso una figura di un’umanità profonda quanto rara in questo mestiere.

«Credo che per fare giornalismo si debba essere innanzitutto buoni esseri umani – diceva un maestro del reportage del ’900, Ryszard Kapuscinski, nel suo libro “Il cinico non è adatto a questo mestiere” –. Se si è una buona persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie. È una qualità che in psicologia viene chiamata empatia».

Ecco, se devo pensare a un collega con queste qualità non posso che rivolgermi a Piero, e come me sono certo che lo pensano quanti hanno lavorato con lui e i lettori che lo hanno seguito per oltre quarant’anni sulle pagine della Nuova Sardegna. E le tante persone che ha incontrato preparando le sue inchieste, raccontando le loro vite senza alcun pressapochismo, o men che meno cinismo, ma rendendo intatta l’umanità di ciascuno. Si commuoveva persino, Piero, raccontando a noi colleghi, con empatia appunto, alcuni incontri che poi diventavano pagine di un giornalismo parente stretto della letteratura.


Piero ha raccontato questa terra, i suoi valori e le sue contraddizioni con una legge morale dentro di sé: la convinzione profonda che fare il giornalista non sia solo far parte di un’impresa editoriale, e dare notizie con onestà e dovizia di particolari, ma essere partecipi di un processo di cambiamento, diventare parte attiva di un progresso sociale. A questo proposito c’è, tra i tanti, un episodio emblematico. Tra gli anni ’80 e ’90, quand’era capocronista della redazione di Nuoro – e chi scrive e altri giovani cronisti, come Daniela Scano e Pier Luigi Rubattu, hanno avuto la fortuna di formarsi con lui –, la Sardegna e la Barbagia in particolare affrontavano una delle più terribili stagioni dei sequestri di persona.

Il giornale, prima dell’avvento del web, con le tv private agli albori, era il centro dell’informazione, e alle redazioni arrivavano le lettere in cui i rapitori dettavano le condizioni per il rilascio. Erano uno strumento di pressione sui familiari dei rapiti, e il giornale era chiamato a pubblicarle. Piero Mannironi spezzò questa prassi, benché non fosse contraria ad alcuna regola deontologica, e un giorno (era in corso il sequestro di Cristina Berardi) la Nuova uscì con una pagina bianca, proprio nello spazio che altrimenti sarebbe stato riservato alla notizia e al contenuto della lettera dei rapitori.

Accanto, in un breve corsivo, veniva spiegato perché il giornale non avrebbe fatto da cassa di risonanza al volere dei sequestratori. Questa scelta ebbe vasta eco e fece molto discutere, ma contribuì a scuotere l’indifferenza che circondava i sequestri di persona, quasi fossero un fatto privato tra una famiglia e un pugno di delinquenti. Se quella stagione di violenza oggi è finita, lo dobbiamo anche a scelte come quella.

Tante sue inchieste hanno lasciato il segno. Come lo scoop sui missili nucleari nei sommergibili presenti alla Maddalena nell’era della Guerra Fredda, o l’inchiesta sui veleni di Quirra, la prima in assoluto, sulle patologie spesso mortali e l’inquinamento causati dalle esercitazioni militari; ancora, una pista investigativa inedita sull’incendio della nave Moby Prince, o il mistero dell’elicottero Volpe 32 precipitato ufficialmente senza un motivo; i legami tra la criminalità corsa e quella sarda.

Accanto a tutto questo c’è sempre stato un amore fortissimo per la sua terra, e in particolare per Nuoro, la città dove Piero è nato e che oggi perde uno dei suoi figli più cari, con la quale ha sempre avuto un legame fortissimo. Di cui, senza retorica e folclore, ha incarnato i valori più autentici: la franchezza e la lealtà, l’altruismo, il rispetto per i più deboli, l’importanza dell’amicizia.

Per tutto questo e molto altro ancora, carissimo Piero, collega e amico fraterno, ti ringraziamo per ciò che ci hai insegnato e ci lasci in eredità, mentre ci stringiamo increduli a Daniela e ai vostri ragazzi nel ricordo della persona speciale e unica che rimarrai per sempre.

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