Ristoranti e strade affollate per respirare normalità

L’esperto: attenzione, restrizioni prolungate generano l’istinto di trasgredire

SASSARI. Una domenica dal tepore primaverile, la prima dopo tanta pioggia. Il colore giallo che illumina la Sardegna nella mappa geografica ballerina del Covid. L’incertezza di non sapere quale sarà la prossima nuance, una inquietudine di fondo con cui si guarda al futuro, in una visione limitata al prossimo Dpcm. Ecco allora che nella testa scatta una molla, che ci porta fuori casa, a respirare aria fresca e libertà. A riprenderci quello che in questi mesi sentiamo che ci è stato tolto. Folla ovunque, da Alghero a Cagliari, spiagge piene come a giugno, ristoranti da tutto esaurito. «C’è una sorta di sfida nelle piazze affollate, nei ristoranti pieni di clienti, nei tavolini dei bar apparecchiati con birre e aperitivi: è la reazione alla frustrazione, alla paura. Ma anche la risposta a un certo tipo di linguaggio ricco di metafore belliche, che genera ansia». Alberto Contu, 55 anni, cagliaritano, esperto in neuroscienze della formazione e comunicazione, le mette in fila: «Coprifuoco, assembramento e distanziamento. E poi ancora reclusione, polizia, diritto penale, esercito nelle strade. Un tipo di linguaggio all’origine dell’allarme collettivo, della sindrome di deprivazione sensoriale e che sollecita l’amigdala, il settore del cervello legato alla paura, la nostra centralina delle emozioni». Che succede allora? «Le strade affollate, nonostante siamo ancora in piena pandemia, sono un segnale inequivocabile da una parte del desiderio di riconquistare la normalità perduta e dall’altra di una aggressività sempre più diffusa, perché la reazione alla “reclusione” e alle limitazioni si traduce in comportamenti pericolosi. Succede questo: più le imposizioni sono forti e prolungate nel tempo, più si crea avversione. E nel nostro Paese il lockdown sta durando più che altrove perché alla prima fase di chiusura totale e continuata, sono seguiti una serie di stop & go che vanno avanti anche in questa fase. Per questo capita di sapere oggi che cosa si potrà o non si potrà fare domani – spiega Alberto Contu –. Nella mente di moltissimi di noi, giovani e adulti, questo provoca un effetto molto accentuato di perdita delle coordinate temporali: il futuro non si vede, l’orizzonte è limitato alla scadenza del prossimo dpcm. Quando si potrà se sarà possibile andare a pranzo o a cena fuori. E quando questo è possibile, si approfitta della prima occasione utile: come domenica, tutti fuori casa, liberi e anche consapevolmente incoscienti. Una sfida, nella quale quello che conta è soddisfare immediatamente gli impulsi, perché domani magari non sarà possibile». Ma c’è dell’altro: i ristoranti pieni e i locali affollati sono il segnale anche di un altro fenomeno molto comune. «Fateci caso, nessuno va a cercare il ristorante in periferia, ma quello centrale, dove vanno tutti. Frequentare i posti abitualmente di tendenza – aggiunge Contu – aiuta a condividere un problema, a non sentirlo più proprio ma di tutti. Cioè di una massa che fa le stesse cose, mettendo in atto comportamenti stereotipati di riconoscimento identitario. Ho osservato molte persone e tanti ragazzi: bevono la stessa birra, hanno una gestualità fotocopia. La paura e l’ansia spingono a seguire l’onda emotiva, a fare quello che fanno gli altri». È una reazione umana, figlia dell’incertezza, che ci accompagnerà a lungo. «Sarebbe stato preferibile un lockdown continuato di 6 mesi al logorante apri e chiudi – dice Contu – perché la nostra mente l’avrebbe accettato e compreso più facilmente. Non siamo un popolo disciplinato, che rispetta in automatico le regole come fanno gli orientali. Anzi, quando possiamo cerchiamo il modo di trasgredire».

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