Una nanoparticella nata in Sardegna è l’arma che può battere il Covid-19

Sperimentata dall’Università di Sassari, Porto Conte e Sardegna Ricerche. Lo scienziato Innocenzi: «Risultato eccellente ma la strada è ancora lunga»

SASSARI. Gli scienziati hanno questa grande qualità: spiegano fenomeni complicatissimi come fossero un gioco da bambini. Ed ecco la potenziale scoperta del secolo: prendi un vetrino, metti delle cellule, ci aggiungi il virus e guardi che succede. Ora, la vita di un virus è piuttosto monotona e ripetitiva: lui è nato ed è programmato per riprodursi. Il suo senso esistenziale si esaurisce qui. Perciò, quello che accadrà nel vetrino sarà questo: il Covid-19 aggredirà le cellule e si moltiplicherà. Ma il virus ha anche un grande limite: come tutti gli abitudinari, se cambi la sua routine, gli modifichi le condizioni di replicazione, va in tilt, come un pesce fuor d’acqua, ed esaurirà la sua missione. L’intruso si chiama nanoparticella a base di carbonio. Ed è l’invenzione tirata fuori dagli esperti del Laboratorio di Scienza dei Materiali e Nanotecnologie dell’Università di Sassari, con la partnership di Porto Conte Ricerche e di Sardegna Ricerche.

Gli scienziati hanno inserito la nanoparticella di carbonio nel vetrino, e poi hanno continuato ad osservare cosa accadeva alle cellule e come si comportava il coronavirus.

«La consapevolezza di aver fatto una scoperta – dice il professor Plinio Innocenzi – è una delle sensazioni più belle e appaganti che si possono provare nella vita. Io sognavo di fare lo scienziato sin da bambino. Ci si nasce. Studio giorno e notte, e non mi stanco mai di farlo. Ecco, la scoperta è il momento in cui il tuo sogno e tutte le ore che hai dedicato allo studio, vengono ripagate. Perché realizzi che l’intuizione nella quale credevi, era giusta».

Plinio Innocenzi, Luca Malfatti e Luigi Stagi hanno consegnato il pacchetto col vetrino nelle mani dei tecnici della ViroStatics, li hanno visti scomparire dentro la stanza ad alto contenimento biologico. Sono rimasti fuori, ad aspettare, come aspettano i papà nella sala d’attesa davanti alla sala parto. Perché anche la scienza è fatta di piccoli travagli. In quei minuti di apprensione, è nata una minuscola speranza. Infatti ciò che è successo nel vetrino è stato esattamente questo: le nano particelle di carbonio hanno mandato in confusione il virus, impedendogli di infettare le cellule. Tradotto: lo hanno bloccato e sconfitto. Bingo.

Purtroppo tra una sperimentazione in vitro e la realtà, la differenza è abissale. E non è detto che ciò che è accaduto dentro un laboratorio riaccada con la stessa identica dinamica anche nell’organismo di una persona. «Andiamoci molto cauti – avverte il professor Innocenzi – siamo al “modello zero”. Ad una fase embrionale. Prima di poter affermare di aver trovato la cura per arginare l’avanzata del Covid, la strada è ancora lunghissima. Abbiamo una eccellente base di partenza, questo sì. Possiamo dire che, in condizioni ottimali, all’interno di un laboratorio, dove tutto è perfetto, con l’esclusione di ogni variabile, il nostro esperimento ha sempre funzionato. Cioè ha bloccato sempre il coronavirus e non ha danneggiato le altre cellule. Ha dimostrato un’azione antivirale senza risultare tossico». Ma una strada lunga significa innanzitutto brevettare l’invenzione. E l’equipe si trova esattamente a questo stadio. Ha depositato i documenti e nell’arco di una settimana dovrebbe arrivare la formalizzazione della proprietà. Poi ci sarà la pubblicazione. Dopodiché occorreranno ingenti risorse per verificare l’efficacia della nanoparticella di carbonio anche al di fuori dell’asettica perfezione del laboratorio. Se le risultanze fossero identiche, con il virus arginato nell’arco di un paio d’ore, si tratterebbe di una scoperta da premio Nobel. Ma da qui all’onorificenza ci passano prima i test condotti sugli animali, poi l’elaborazione di un modello, dopodiché la sperimentazione sulle persone e infine, se tutto va bene, la commercializzazione del prodotto. «Mediamente un nuovo farmaco per compiere tutto questo percorso – spiega Innocenzi – impiega 20 anni e occorre circa un miliardo di euro. Capite quando dico che siamo solo al primo step?». L’enorme vantaggio della nanoparticella di carbonio sta nei costi di produzione bassi e nella potenziale applicazione ad ampio spettro: «Potrebbe risultare efficace su tutta la famiglia del Sars Covid». Gli scienziati sassaresi sono arrivati a questi risultati in un anno di lavoro: «Non appena è iniziata la pandemia – racconta Innocenzi – il laboratorio si è messo all’opera. Il nostro ambito sono i nanomateriali, e abbiamo sempre pensato che avessero delle proprietà antivirali. Il progetto “Nano 4 Covid” nasce da questa intuizione, e il salto di qualità c’è stato quando la Regione e Porto Conte Ricerche hanno puntato su di noi ed è nata questa sinergia. Disponiamo di un laboratorio ad altissimo contenimento biologico, i tecnici della Virostatics lavorano con grande competenza in situazione di virus attivo, abbiamo le esperienze e le conoscenze per portare avanti progetti ambiziosi. Bisogna continuare a fare squadra, investire sulle persone, e cercare di attrarre finanziamenti. Noi alla fine siamo come una piccola azienda, costituita da 20 specialisti. Per il progetto “Nano 4 Covid” abbiamo speso solo qualche decina di migliaia di euro, ma dietro c’è tutto un background di anni di studi, strumenti e sperimentazione che è costato milioni. I risultati non si costruiscono dal nulla e la ricerca di qualità ha bisogno di sostegno. Noi, per fortuna, stiamo trovando il terreno migliore per sviluppare la nostra innovazione».

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