«Mamma sono omosessuale» quanto pesa il coming out

I genitori faticano ad accettare, spesso le reazioni sono violente e aggressive. Gli esperti del Mos e dell’Agedo: «Tanti si vergognano e tagliano i rapporti»

SASSARI. Malika il suo coming out l’ha affidato a una lettera e questo già lascia intuire che aveva paura: meglio scrivere che parlare, confrontarsi faccia a faccia con la tua famiglia, se per anni a casa hai respirato omonegatività, cioè fastidio, pregiudizio e disprezzo verso ciò che è considerato diverso perché fuori dai propri canoni di “normalità”. Malika aveva intuito che la reazione dei genitori di fronte al suo coming out “sono lesbica e mi sono innamorata di una ragazza” non sarebbe stata conciliante ma certamente non aveva messo in conto una violenza simile. Cacciata di casa e insultata dalla mamma “mi fai schifo” “sei una vergogna” “non farti più vedere” “meglio drogata che lesbica”.

Purtroppo il caso di Malika non è l’unico, è solo uno dei pochi ad essere venuto alla luce. Perché sono tanti i ragazzi e le ragazze respinti dai familiari che non accettano il loro orientamento sessuale e con metodi diversi cercano di “fargli cambiare idea”. Dice Barbara Tetti, ex presidente del Mos (Movimento omosessuale sardo) e campionessa di pallamano: «Da poco un ragazzo è stato picchiato dai genitori, tanti scappano di casa, cercano un altro rifugio. In alcuni casi sono le stesse famiglie a cacciarli, come è successo a Malika».

«Per le famiglie la rivelazione è quasi sempre uno choc – aggiunge Massimo Mele, fondatore e numero uno del Mos – e la reazione assume gradazioni differenti». A volte le porte di casa restano chiuse per sempre, a volte si riaprono ma a una condizione: il ragazzo o la ragazza non devono più parlare del loro orientamento sessuale, nessuno deve sapere e nessun compagno-compagna potrà essere accolto in famiglia. A meno che non sia dell’altro sesso rispetto a quello del figlio. Il motivo dominante è la vergogna, l’obiettivo è salvare le apparenze. «Tanti non ce la fanno, perché reprimere la propria natura provoca una sofferenza atroce.

E allora vanno per la loro strada, accettando di rompere, non per scelta, i rapporti con la famiglia di origine», spiega Maria Paola Curreli, referente per Sassari e componente del direttivo nazionale di Agedo (Associazione genitori di omosessuali). «Altri invece non hanno questa forza e allora abbassano la testa. Fanno finta di essere come tutti si aspettano, affogano l’omosessualità in una relazione etero, diventano a loro volta genitori. C’è chi va avanti così per tutta la vita, e chi a un certo punto esplode e confessa la sua verità. Perché con la crescita è diventato più forte e ha capito che non ha nulla di cui vergognarsi».

Il rifiuto della famiglia. Maria Paola Curreli, sino a un paio di anni fa dirigente scolastica, ricorda il caso di due sorelle, entrambe mamme, che un giorno chiesero di confrontarsi con gli esperti di Agedo perché la figlia di una delle due aveva rivelato di essere lesbica. «Erano arrabbiate e si facevano portavoce anche della furia del padre della ragazza. Mi chiedevano cosa potessero fare per “farle cambiare idea” o comunque a convincerla “a non parlarne in giro”. Tentai di spiegare che quello che mi chiedevano era irrealizzabile oltre che profondamente sbagliato. Dissi loro che erano destinatari di un dono: il coming out di un figlio che apre il suo cuore e si mette a nudo di fronte a te. Fu tutto inutile, andarono via più arrabbiate di prima e decise a non arrendersi di fronte a una verità che ritenevano inaccettabile».

È una reazione comune che non è solo frutto dell’ignoranza: «Ho visto genitori di cultura elevata e sino a quel momento sbandieratori di una mentalità molto aperta, capitolare di fronte al coming out dei figli: alcuni li mandano addirittura in cura, nell’assurda convinzione che esistano terapie riparative, come se l’omosessualità sia una malattia, una devianza».

Quando e come parlare. Non è sempre il momento giusto il coming out, in alcuni casi è preferibile non farlo. «Se il ragazzo o la ragazza non ha pienamente accettato se stesso non sarà pronto ad affrontare le reazioni. E rischierà di sprofondare, insieme alla sua famiglia», dice Maria Paola Curreli. «Io avevo 40 anni – racconta Barbara Tetti – ero una donna matura con un matrimonio alle spalle. Ho parlato con mia madre quando ho acquisito piena consapevolezza di ciò che ero e volevo. La sua reazione è stata forte ma non di vergogna: al contrario, di vero amore, perché mi ha detto di avere paura per me, per quello che mi sarebbe potuto accadere. Temeva che venissi discriminata, che subissi violenza: una notte dopo avere visto scene di un pestaggio in televisione mi ha chiamata terrorizzata. Come darle torto, vista l’omofobia e transfobia che si respira ancora oggi?».

«Viviamo in una società dominata dalla cultura eterosessista binaria, se nasci maschio sei maschio, se nasci femmina sei femmina – aggiunge Massimo Mele – e di fronte al coming out di un figlio molte famiglie devono avviare un percorso di decostruzione culturale. Non è un processo semplice e il figlio o la figlia devono avere sviluppato una corazza spessa: per intenderci, l’omosessuale che si offende se per strada lo chiamano froscio non è pronto ad affrontare il futuro perché è il primo a non accettarsi. Serve un cambiamento culturale, la politica e la scuola possono fare tanto».

Le conseguenze. Il ragazzo cacciato dai genitori e si è rivolto al Mos, non è ancora rientrato a casa. Se vorrà, l’associazione interverrà con il servizio di counseling, supporto alle persone Lgbt e alle loro famiglie. Per cercare di ricucire i rapporti interrotti operano anche gli esperti Agedo. «L’obiettivo – dice Maria Paola Curreli – è fare in modo che tutti possano vivere liberamente la propria sessualità senza dover rinunciare agli affetti. Padri e madri devono capire che un figlio resta un figlio, quando c’è amore il rapporto non cambia. Ma non è semplice, perché sono condizionati dal clima che da sempre respirano. Infatti tanti ragazzi vanno lontano. Altri invece rinunciano a se stessi, condannandosi a un’esistenza infelice».

Si reprimono con conseguenze spesso gravi: omosessuali non dichiarati sviluppano atteggiamenti omofobi, diventano aggressivi verso chi ha avuto la forza di vivere liberamente la sua sessualità. E in questo modo suscita fastidio e probabilmente invidia.
 

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