Province sarde morte e risorte ma nella mappa regna il caos

Affondate dal referendum nel 2012, dopo 9 anni la politica fa marcia indietro. Sei enti intermedi e due città metropolitane extra large dal mare alla montagna

SASSARI. Nel 2012 i sardi, trascinati da quel sentimento anticasta che a breve nelle urne si sarebbe tramutato in antipolitica, sono stati i primi a dire no alle province. Al referendum il sì all’abolizione degli enti intermedi - di cui ai tempi nessuno sembrava riconoscere la funzione - travolse il no. I sardi non volevano più le province, né quelle storiche né quelle di nuovo conio. Il risultato del referendum, sostenuto dai Riformatori e dall’allora governatore Ugo Cappellacci, fu chiarissimo. Ma a non essere chiaro era proprio il quesito che proponeva anche l’eliminazione delle province storiche, per le quali sarebbe stato necessario un procedimento di revisione costituzionale. E infatti il pronunciamento della popolazione fu rispettato a metà: le nuove province sparirono, le vecchie furono abolite successivamente - in tutta Italia, non solo in Sardegna - dalla riforma Renzi-Boschi, che però nel referendum del 4 dicembre 2016 fu bocciata dagli italiani. E dunque le province storiche - che nel frattempo erano ritornate ai vecchi confini inglobando quelle nuove - rimasero al loro posto. Alla fine dei conti, quel forte sentimento anticasta aveva prodotto in tutta Italia solo la cancellazione delle 4 province nate nel 2001: la Gallura, l’Ogliastra, il Medio Campidano e il Sulcis Iglesiente. Ma come sempre alle rivoluzioni - soprattutto se mancate - seguono le restaurazioni. E 9 anni dopo il referendum che le aboliva tutte, la Sardegna si ritrova con 6 province e due città metropolitane più grandi del Molise. Ma le prefetture restano nelle province storiche e le circoscrizione giudiziarie continuano a non rispettare la nuova geografia.

Enti fondamentali. La cancellazione delle province nuove - ma in generale il depotenziamento a livello nazionale dell’ente - ha lasciato un enorme vuoto. Le pessime condizioni delle strade nonché le difficoltà delle scuole superiori sono il simbolo di una riforma monca che ha portato più danni che privilegi. Con le casse vuote, le funzioni ridotte al minimo e il personale demotivato e sballottato da un ufficio all’altro, le Province non sono riuscite a svolgere il loro ruolo, potendo contare quasi esclusivamente su avanzi di bilancio. Ma queste prove di sopravvivenza non hanno scoraggiato la Sardegna a riproporre il vecchio schema. Come in passato la battaglia per l’autodeterminazione è partita da Olbia, dalla Gallura. Lì sono nate le prime proposte di legge per la reistituzione della provincia. Poi si sono accodati gli altri territori cancellati dal referendum: Ogliastra, Medio Campidano e Sulcis Iglesiente. Ma c’è di più. Nel 2016 in Sardegna era nata la Città metropolitana di Cagliari (e la Provincia del Sud, capoluogo Carbonia). Un ente a cui ambiva anche Sassari. È stata accontentata 5 anni dopo.


Province metropolitane. Ma le nuove Città metropolitane hanno poco a che fare con quella vecchia di Cagliari, 16 comuni più il capoluogo. Nella nuova legge voluta dalla giunta Solinas, ma votata anche da parte delle opposizioni, le Città metropolitane sono lo specchio delle vecchie province. Con quella di Cagliari, 71 Comuni, che si estende fino al Nuorese e quella di Sassari, 66 Comuni, che, orfana della Gallura, arriva a pochi chilometri del capoluogo barbaricino. Nulla a che vedere con la ratio che ha motivato l’inserimento delle città metropolitane nell’ordinamento italiano. I nuovi enti, introdotti nella Costituzione nel 2001 con la riforma del Titolo V, trovano origine nel processo di industrializzazione che ha caratterizzato nel ’900 le grandi città del Paese, intorno alle quali erano cresciuti comuni-satellite. Appunto aree metropolitane. Idea che in Italia era stata rispettata solo da Cagliari, che con la legge Erriu aveva messo insieme i Comuni dell’hinterland, quello vero. La nuova versione invece è una fotocopia della vecchia provincia, ma dal nome diverso. Stesso discorso per Sassari, nella cui Città metropolitana rientrano anche paesi come Bono e Benetutti che distano un’ottantina di chilometri (e solo 35 da Nuoro). Di metropolitano, dunque, solo il nome.

La nuova cartina. La geografia delle nuove province è più o meno la stessa venuta fuori con la riforma dei primi anni del Duemila. La Gallura ha riottenuto l’autonomia, ma non si chiama più Olbia Tempio, bensì Provincia del Nordest, perché i centri del Monte Acuto si erano stufati di essere “oscurati” a favore della Gallura. I comuni sono sempre 26, ma la prefettura resterà quella di Sassari, perché le province create dalle Regioni non sono equiparate a quelle costituzionali. Budoni e San Teodoro resteranno ancora nella circoscrizione giudiziaria di Nuoro, mentre Buddusò, Alà, Padru e Oschiri in quella di Sassari. Il tribunale di Nuoro resterà competente per tutti i comuni del Goceano, nonostante facciano parte della nuova Città metropolitana di Sassari. E anche per quanto riguarda la sanità, i centri goceanini avranno come presidio di riferimento l’ospedale San Francesco di Nuoro. Proprio Nuoro ha perso di nuovo l’Ogliastra, con 56mila abitanti la provincia meno popolosa d’Italia. Resta com’era la provincia di Oristano, che nel 2001 aveva guadagnato Bosa e la Planargia, senza poi perderle con la controriforma del post referendum. La grande rivoluzione si ha nella parte meridionale dell’isola. Scompare la Provincia del Sud nata nel 2016 con capoluogo Carbonia e rinascono il Sulcis Iglesiente - che prima era Carbonia Iglesias - e il Medio Campidano. E nuova vita anche per la vecchia provincia di Cagliari che, per quanto chiamata Città metropolitana, arriva a comprendere la Barbagia di Seulo. Che è davvero difficile considerare hinterland del capoluogo.


 

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