«Per i medici ero spacciato: sono vivo dopo 5 trapianti»

Tonino Mura originario di Jerzu ma nuorese di adozione

Tonino Mura, nuorese, oggi ha 82 anni: a 52 ha ricevuto il primo fegato a Parigi. «A Milano mi avevano detto che sarei morto dopo tre mesi, mai arrendersi»

NUORO. «Ha tre mesi di vita, signor Mura. Torni in Sardegna, perché qui, purtroppo, per lei non possiamo fare altro». A Milano, alla fine del ’90, quando era approdato per tentare una cura disperata a una epatite, al tatto avevano preferito la realtà cruda. Tre mesi di vita e poi basta, stop, fine dei giochi. Ma per Antonio Mura, noto Tonino, nato a Jerzu nel 1939, ma nuorese d’adozione, e una vita trascorsa a servire i clienti dal bancone del suo bar, evidentemente quell’esistenza valeva la pena di difenderla fino a tentare l’impossibile.

«E così oggi sono ancora qua – racconta – a dispetto di quella sentenza tanto cruda di molto tempo fa. Dopo cinque trapianti, tre dei quali per avere un fegato nuovo, e nemmeno un solo giorno di dialisi. Sono stato il primo sardo, e tra i primi in Italia, che ha avuto un trapianto di fegato. Proprio ora compio 30 anni da pluri-trapiantato. Sono stato il primo quando in Italia sembrava fantascienza e mancava anche la cultura della donazione degli organi, e quindi per farmelo fare sono dovuto andare a Parigi. Io sono la prova vivente che donare gli organi salva tante vite, che bisogna donare, donare di più. Sono la prova che la sanità, quando è messa nelle condizioni di lavorare bene e di funzionare, fa miracoli, che bisogna combattere spesso per far valere i propri diritti, e in particolare il diritto alla salute e a cure adeguate».

Ecco, perché se quel giorno di fine ’90 Tonino Mura si fosse lasciato andare a un destino che sembrava segnato, oggi non sarebbe nel suo bar di via Mannironi. Davanti all’ospedale San Francesco che sembra guardarlo dall’alto dei suoi tredici piani. Circondato da clienti, figli, amici di sempre. Oggi, Tonino Mura è un signore maturo che sorride ai clienti all’ingresso del suo locale, si toglie il berretto per salutare, come si faceva un tempo, ma sfodera anche una grinta e una passione da ragazzino quando si tratta di difendere ciò in cui crede e che spetta a tutti. Come il diritto alla vita e a una sanità efficiente e accessibile a chiunque.

Seduto a un tavolino del suo bar, con l’interno deserto per le regole da zona rossa, Tonino Mura sfoglia le carte e i ricordi di 30 anni tra diagnosi, cure, ospedali, trasferte parigine e ben 5 trapianti: il primo, di fegato, nell’aprile del ’91, l’ultimo, di cornea, nel 2007. «Lo vedi? – dice, indicando un quadretto appeso bene in vista nel suo bar – questo è il premio Il bisturi d’oro che ho voluto dare ai medici francesi che per tante volte mi hanno salvato la vita facendomi i trapianti di fegato. Non finirò mai di ringraziarli, per avermi trattato sempre con competenza e anche tanta umanità. Devo tutto a loro, mi conoscono e salvano ormai da 30 anni». E in effetti al Centre hepato-billiaire dell’ospedale Paul Brousse, alla periferia di Parigi, monsieur Antonio Mura è davvero di casa. «Ma nonostante i tanti anni – ricorda, ridacchiando – non ho mai imparato il francese. Ma mi arrangiavo comunque, riuscivo a farmi capire». Ricorda tutto come se fosse oggi, Tonino Mura. Ricorda in modo distinto il viaggio disperato al di là delle Alpi, là dove qualcuno in Sardegna gli aveva suggerito di rivolgersi per un trapianto di fegato che in Italia sembrava impossibile. Ricorda i tre mesi d’attesa trascorsi nella capitale francese, tra esami, analisi e attesa snervante. Fino alla telefonata sognata tante volte: «Monsieur Mura, abbiamo trovato un donatore». «E come dimenticare? Non ci sono parole – dice oggi – devo tutto a quell’anonimo donatore francese che nell’aprile del ’91 mi ha restituito la vita, insieme a un fegato nuovo. Purtroppo dopo un anno ho avuto un rigetto, così sono dovuto tornare a Parigi per avere un secondo trapianto di fegato. Poi c’è stato anche il terzo dopo 17 anni, insieme al rene. Infine il trapianto di cornea, a Firenze. Insomma: sono un miracolato. Ma ho dovuto battagliare tanto per far valere il mio diritto a vivere e ad avere cure adeguate e mi è capitato tanto di dover alzare la voce e sbattere i pugni sul tavolo a chi, magari, provava a mettermi i bastoni tra le ruote perché non voleva dare il via libera per andare a Parigi. A chi mi ha chiesto consiglio ho sempre detto che nel caso si deve arrivare anche in Procura, perché la salute e la libera circolazione in Europa non devono valere solo per l’economia ma anche per la salute».

Dopo trent’anni, dice Tonino Mura, sul fronte trapianti le cose sono cambiate sì, ma purtroppo ancora non quanto servirebbe. «In Italia, così come in Sardegna – chiarisce – abbiamo fior di professionisti della medicina, ma purtroppo spesso non vengono messi nelle condizioni di lavorare bene, spesso non ne viene riconosciuto il merito e le competenze, spesso vengono mortificati da scelte politiche che nella sanità non dovrebbero entrare. In Francia tutto questo io non l’ho visto. E poi, in Francia, esisteva ed esiste tutt’ora una cultura della donazione degli organi che da noi deve ancora fare molti passi in avanti. Allora, a differenza dall’Italia, non esistevano liste d’attesa. Ecco perché mi sono rivolto a loro: lì esistevano i donatori e gli organi. Non bisognava e non bisogna aspettare tanto per avere la possibilità di un trapianto. Io sono riuscito ad averlo, ma ora ... ora spero che tanti altri come me ce la facciano. Perché mi piange il cuore, a sapere che ci sono persone che da 20 anni fanno la dialisi, e ancora non ne vedono fine. E invece tutti hanno diritto a coltivare la speranza, tutti hanno diritto alla salute. La sanità deve restare accessibile a tutti, la politica deve farsi da parte. E bisogna donare, donare di più. E no, non bisogna avere paura».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

WsStaticBoxes WsStaticBoxes